La scorsa settimana La Sicilia ha pubblicato un’intervista al sindaco di Catania, Enrico Trantino, nella quale il primo cittadino ha annunciato le prossime “novità” in materia di sicurezza, rifiuti e turismo, in vista della candidatura della città a Capitale italiana della Cultura.
Il filo conduttore dell’intervento è uno solo, ormai ben riconoscibile: la repressione. Trantino, a parole, ammette che da sola non basta. Nei fatti, però, continua a percorrere esattamente quella strada. Una scelta che non è solo discutibile sul piano sociale e culturale, ma anche pericolosa per le stesse casse comunali che si dichiara di voler risanare. La repressione ha un costo elevato: economico, amministrativo e simbolico. E non sempre produce i risultati promessi.
L’ultima trovata riguarda l’introduzione di nuove tecnologie contro l’abbandono dei rifiuti: droni che sorvoleranno le aree considerate “sensibili” per scovare gli incivili responsabili delle micro-discariche. Uno scenario che solleva interrogativi seri, non solo sulla legittimità in termini di privacy, ma soprattutto sulla percezione che i cittadini avranno di questi strumenti. Perché una città sorvegliata dall’alto non è automaticamente una città più pulita: spesso è solo una città più diffidente.
L’alibi del “decoro e della sicurezza” appare sempre meno credibile. Anche molti sostenitori dell’attuale amministrazione sembrano aver compreso che l’obiettivo reale è fare cassa, perseguendolo a qualunque costo. Sanzioni, controlli, repressione diventano strumenti fiscali mascherati da politiche urbane. La città ideale che emerge da questa visione assomiglia a una metropoli iper-controllata, dove il comportamento viene corretto più con la paura che con l’educazione. Manca solo, per completare il quadro, un sistema di credito sociale e la pubblicazione dei volti dei trasgressori sui led wall pubblicitari sparsi in città. Un’iperbole, certo, ma fino a un certo punto.
Ancora più perplessità suscitano le risposte del sindaco sul tema dell’overtourism, un fenomeno che a Catania è già ampiamente visibile. Trantino riconosce che la città è diventata una delle mete più ambite degli ultimi anni, ma sostiene che il turismo intensivo non rappresenti ancora un problema paragonabile a quello di altre città italiane.
Poi, però, snocciola i numeri. E quei numeri, anziché confermare la tesi, la smentiscono.
In quattro anni — non in un decennio, non in una generazione, ma in quattro anni — Catania è passata da circa 700 a oltre 5.000 case vacanza. Un dato che per il sindaco rappresenterebbe un segnale positivo, quasi un indicatore di stabilità del fenomeno. In realtà, è il segno di una invasione che ha effetti diretti e devastanti sul mercato degli affitti, già segnato da una cronica emergenza abitativa.
Cinquemila case vacanza in una città di poco meno di 300 mila abitanti non sono un dettaglio statistico: sono una trasformazione strutturale. E definirla “sotto controllo” appare quantomeno ottimistico.
Il danno più evidente, però, è sotto gli occhi di tutti: il centro storico. Un centro sempre più svuotato, impoverito, privato della propria identità culturale e sociale per diventare mangiatoia e dormitorio per un turismo mordi e fuggi, che spesso spende meno e consuma di più. I residenti arretrano, le botteghe storiche chiudono, la città si trasforma in un set.
La narrazione proposta dall’amministrazione appare così distorta e autoreferenziale, incapace di tenere conto di una realtà sempre più evidente: i cittadini catanesi stanno diventando ospiti sgraditi nella loro stessa città. E una città che espelle chi la vive ogni giorno, per fare spazio a chi la consuma per un weekend, difficilmente può definirsi sana.











