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"Università Bandita" e le 24 parti offese che non si costituiscono

28-11-2020 06:00

Giambattista Scirè

Cronaca, Università, Focus, UNICT,

"Università Bandita" e le 24 parti offese che non si costituiscono

Il 18 dicembre prossima udienza: sinora Il rettore Francesco Priolo ed il Ministero dell'Università NON SI SONO COSTITUITI. E neanche tante vittime...

Le recenti vicende della mancata nomina a commissario per la Sanità in Calabria dell'ex Rettore
dell'Università La Sapienza Gaudio, indagato per concorso morale alla predeterminazione di un concorso
irregolare, nell'ambito dell'inchiesta denominata “Università bandita”, nell'ateneo di Catania, deve
indurci a tenere alta l'attenzione sul processo penale che non può passare sotto silenzio, in particolare in
tempi di emergenza da pandemia Covid-19, e che deve invece essere oggetto di una grande attenzione per il futuro di una delle istituzioni più importanti dell’Isola e per la sua credibilità.

 

A dimostrazione di quanto la “mala università” e i concorsi truccati incidano, a scapito della trasparenza e del merito, sulla selezione della classe dirigente politica ed amministrativa e sul personale medico-sanitario del Paese, e a chiarire come le dinamiche sulle recenti imputazioni di reato individuate dagli inquirenti di Catania riguardino, a ben guardare, un sistema molto più esteso che coinvolge anche altri atenei d'Italia.
 

La prima udienza preliminare fissata dal GIP Marina Rizza si è tenuta il 13 Ottobre 2020, nell’aula 2 al
piano terra del Palazzo di Giustizia di Catania. La seconda udienza si terrà il prossimo 18 Dicembre.

 

Il processo penale è a carico di 10 professori (di cui 2 ex rettori) della Università di Catania, la seconda per numero di iscritti, dopo Napoli, delle Università meridionali.

 

I 10 docenti sono imputati del reato previsto dall’art. 416 c.p. “poiché si associavano tra loro allo scopo di commettere più delitti di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente (art. 353 bis c.p.) con i quali orientavano il reclutamento del personale docente e non dell’Università degli studi di Catania” e di ulteriori reati contro la Pubblica Amministrazione quali abuso d’uffcio (art. 323 c.p.), induzione indebita a dare o promettere utilità (art. 319 quater c.p.), corruzione per atti contrari ai doveri d’uffcio (art. 319 c.p.), falso ideologico e materiale (artt. 476 e 479 c.p.) “fnalizzati ad assicurare la nomina come docenti, ricercatori e dottorandi,oltre a personale amministrativo, di soggetti preventivamente individuati dai partecipanti all’associazione”.
 

I dieci sono anche accusati di aver commesso svariati altri reati (di cui agli artt. 56, 61 n.9, 81 cpv.,110, 112
n.1, 119 quater, 323, 326 co.1, 479 in relazione all’art. 476 co.1 e 2, 640 co.1 e 2 n.1), facenti capo in diversa combinazione a ciascuno dei 10 professori, mentre a tutti è stata inoltre addebitata la violazione dei principi di buon andamento e imparzialità della Pubblica Amministrazione, statuiti dell’art. 97 della Costituzione, e delle prescrizioni dell’art. 3 del D.P.R.n.62 del 16 Aprile 2013 il così detto Codice di comportamento dei dipendenti pubblici.

 

Probabilmente gli imputati si saranno sentiti sollevati dalla mancata costituzione, almeno per l’udienza preliminare, della gran parte dei numerosi danneggiati, 24 sono infatti le parti offese individuate dal Pubblico Ministero tramite l’acquisizione di numerose fonti di prova tra le quali le intercettazioni telefoniche ed ambientali delle conversazioni degli imputati.

 

Se venisse confermata una tale eventualità il processo penale non avrebbe alcun effetto dal punto di vista della responsabilità civile degli imputati in caso di condanna.

 

Ma si può immaginare un processo con un così grande numero di reati e violazioni, quali quelli individuati dall’impegnativo e minuzioso lavoro della Procura e della Digos della Questura di Catania che meritano il plauso e la riconoscenza della collettività, senza alcuna vittima da risarcire?
 

Si può comprendere la diffcile condizione delle parti offese che inevitabilmente fa pensare ai comportamenti di tante vittime delle associazioni a delinquere.

 

Stupisce invece ed indigna la mancata costituzione almeno fno ad oggi dell’Ateneo catanese e del Ministero dell’Università e della Ricerca Scientifca ambedue inclusi nell’elenco delle parti offese stilato dalla Procura, a fronte anche della gravità dei reati contro la Pubblica Amministrazione che emergerebbero dai mezzi di prova a carico dei dieci professori.
 

Messo a conoscenza della gravità del contenuto delle intercettazioni nell’estate del 2019, il MIUR, oltre ad
attivare un’ispezione del MEF nell’Ateneo catanese, aveva annunciato la costituzione di parte civile del
Ministero al processo, mentre al momento della nomina del nuovo Rettore dell’Università di Catania Prof.
Priolo, il Ministro gli aveva esplicitamente e pubblicamente richiesto segnali di discontinuità con i vertici
dell’Ateneo travolti dai provvedimenti del PM.

 

Chiare furono allora le dichiarazioni del nuovo Rettore e le assicurazioni rivolte al Ministro, ora invece egli esita sulla decisione da adottare come se gli riuscisse diffcile prendere le distanze dai professori travolti dall’indagine e dare quei segnali di discontinuità che si aspettavano in tanti.

 

Numerose sono state le esternazioni sulla stampa da parte del Rettore, ma anche con il cosiddetto ‘Rettore della svolta’ continuano a verifcarsi nell’Ateneo catanese gravi episodi di elusione delle sentenze, pianifcati ed organizzati nei minimi particolari per i non graditi dal “sistema”.
 

Inerte è rimasto anche il Ministro Manfredi, dal quale era auspicabile arrivassero manifestazioni della
volontà di perseguire il rinnovamento delle pratiche del reclutamento e dell’avanzamento delle carriere dei
docenti universitari e voltare così pagina con gli episodi tanto diffusi nel Paese di “mala università”.

 

Una linea di non costituzione di parte civile delle due Amministrazioni, “in stretto contatto per defnire insieme la posizione migliore” (il rettore Priolo su “La Sicilia”, 30 ottobre 2020), che lascia davvero perplessi e non può non evocare scenari di “fedeltà” dei rappresentanti del Ministero alle reti del potere accademico, rafforzate da consolidate alleanze politiche; dalle intercettazioni apprendiamo della vicinanza dei vertici istituzionali del Ministero e del prof. Manfredi, ex rettore dell’Ateneo napoletano ora Ministro, al passato rettore Pignataro.
 

Ci auguriamo che le parti offese, almeno quelle, tra le 24 indicate dalla Procura, che hanno chiesto di costituirsi come parte civile sin dalla udienza preliminare, possano permanere nel processo a riparazione degli innumerevoli torti subiti e dei danni che sono stati loro procurati dal “sistema” stando alle numerosissime intercettazioni delle conversazioni degli imputati che le riguardano, oltre alle sentenze amministrative che hanno condannato l’Amministrazione per i comportamenti illegittimi.
 

Ci auguriamo, quindi, che le eccezioni formali sollevate dal difensore dell’ex Rettore Pignataro, alle quali si
sono prontamente associati tutti gli altri difensori, sulla ammissibilità della costituzione delle parti offese
vengano respinte dal magistrato alla prossima udienza del 18 Dicembre.

 

Stessa richiesta di inammissibilità è stata formulata nei riguardi della costituzione con iniziativa autonoma dell’Associazione “Trasparenza e Merito. L'Università che vogliamo”.

 

Attiva a livello nazionale (con gli oltre 580 iscritti odierni), dal novembre 2017 persegue gli scopi di rappresentare un punto di riferimento, di ascolto e di supporto per dottorandi, assegnisti di ricerca, ricercatori e docenti i quali intendano reagire ai gravi episodi di “mala università”, contrapponendosi ad essi, spronandoli a rivolgersi alle competenti sedi giurisdizionali (amministrative e penali), evitando così il loro isolamento. 


Se non fossero ammesse le costituzioni dei danneggiati non avrebbero più spazio nel processo le parti offese e l’Associazione TRA-ME, quegli “stronzi da schiacciare” che, per il prof Barone, avvezzo ad un lessico davvero anomalo per un accademico stando alle numerose conversazioni intercettate che lo riguardano, avevano avuto la disdicevole idea di partecipare ad un concorso pubblico bandito dall’Ateneo, o quel docente “fottuto coscientemente” perché non si era piegato alle logiche spartitorie ed aveva osato contestare la “programmazione criminale delle carriere del Dipartimento” cui afferiva.

 

E cosa più importante non si riuscirebbe ad assicurare un argine protettivo e di risarcimento alle vittime dell’associazione a delinquere, e si fnirebbe col disincentivare le reazioni al sistema.
 

Non possiamo dimenticare, soprattutto in tempo di pandemia, che dalla tenuta delle Università del Paese e di quelle del Mezzogiorno in particolare dipende anche la qualità della classe dirigente del Paese e meridionale e il suo rigore morale.


Il Rettore, in quanto responsabile del perseguimento delle finalità dell'istituzione universitaria secondo criteri di trasparenza e promozione del merito, dovrebbe farsi interprete del rispetto della legalità nei concorsi universitari e avrebbe potuto censurare certi comportamenti tenuti dai docenti imputati, in attesa dell'esito del processo.

 

Dunque la costituzione di parte civile dell'Ateneo al processo dovrebbe essere scontata, dando
così un signifcativo segnale di discontinuità rispetto al passato.


Ci auguriamo che anche il Ministero dell'Università rompa gli indugi e si costituisca, che altri danneggiati
trovino il coraggio di farsi avanti, che la Procura sostenga le parti offese nel corso del processo e che il GIP
manifesti la volontà di perseguire una giustizia che non riguarda solo il giudizio sulle condotte degli imputati
ma che tenga conto anche delle vittime di un tale degenerato sistema.


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