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Rosario disse ai suoi sicari: "Picciotti, che vi ho fatto?" E diventerà Santo

10-05-2021 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

Rosario disse ai suoi sicari: "Picciotti, che vi ho fatto?" E diventerà Santo

Domenica 9 maggio, il Giudice Rosario Livatino è stato proclamato Beato.

Domenica 9 maggio, il Giudice Rosario Livatino è stato proclamato Beato. Il ricordo e la riflessione del preside dell'Istituto salesiano Ranchibile di Palermo Nicola Filippone

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Rosario Livatino è il primo magistrato italiano ad assurgere agli onori degli altari, al termine di un processo di beatificazione che ne ha riconosciuto le virtù eroiche e il martirio. 
 

Nato a Canicattì il 3 settembre 1952, dopo avere frequentato il Liceo Classico si iscrisse all’Università, conseguendo, nel 1975, la laurea in Giurisprudenza con lode.

 

Divenne vice direttore dell’Ufficio del Registro di Agrigento nel 1977 e, l’anno seguente, vinse il concorso di magistrato.

 

Dapprima fu uditore al Tribunale di Caltanissetta, successivamente sostituto procuratore ad Agrigento e infine giudice a latere.

 

Da pubblico ministero condusse delle inchieste a carico della criminalità organizzata dell’agrigentino, che sfociarono in un maxiprocesso, terminato nel 1987 con quaranta condanne.

 

Nonostante fosse consapevole di essere diventato un possibile obiettivo della mafia, non volle mai una scorta, per non creare apprensione nei suoi genitori, di cui era figlio unico e per non esporre al pericolo altre persone.
 

Il 21 settembre 1990, mentre si recava al lavoro, a bordo della sua Ford Fiesta, fu raggiunto da un commando armato sulla strada Caltanissetta-Agrigento.

 

Il giovane magistrato tentò una inutile fuga nella campagna circostante, ma i sicari lo fermarono, colpendolo subito alle spalle e freddandolo poco dopo, con un colpo di pistola in volto, esploso da distanza ravvicinata.

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Prima di morire, il giudice chiese ai suoi carnefici: “Picciotti, che cosa vi ho fatto?”

Chi conosceva bene Rosario Livatino pensò subito che quel delitto fosse stato un martirio, per la sua intensa e profonda spiritualità, manifestata fin da ragazzo, tra le file dell’Azione Cattolica.

La  professoressa di lettere del Liceo, Ida Abate, da tempo aveva notato che Rosario contrassegnava i temi con l’acronimo S.T.D.

La stessa sigla compare nell’ultima pagina della tesi di laurea e su ogni pagina dell’agenda personale.

Fu l’anziana docente a spiegarne il significato agli inquirenti: Sub Tutela Dei.

Vuol dire che, sin da ragazzo, egli poneva ogni cosa sotto la protezione divina: lo studio, il lavoro, il tempo. 


Livatino è la seconda vittima di mafia ad essere proclamata beata dalla Chiesa cattolica, oltre a padre Pino Puglisi.

Ma chi è il martire?

In un’accezione laica, chiunque si sacrifichi per una causa meritoria, un ideale alto, uno scopo nobile.

Ad esempio, chi è morto per la patria nella stagione risorgimentale, o durante le guerre mondiali, o nella lotta al terrorismo.

Chi è stato ucciso per la libertà personale o del proprio Paese, per la giustizia, per la difesa dei più deboli, per l’affermazione dei diritti, per amore della verità.


Dal punto di vista religioso, il martire è definito un testimone della fede, ossia un credente che non rinuncia mai ad annunciare il Risorto, neanche sotto tortura o dinanzi alla minaccia di una morte violenta.

Questa nozione ci rimanda agli albori della Chiesa, quando, nell’Impero Romano, i cristiani venivano dati in pasto alle belve o seviziati crudelmente.

C’è una bella letteratura, che esalta gli esempi di santi come Perpetua, Lucia, Lorenzo, Agnese, Cecilia, nomi che, circa milleseicento anni dopo, Alessandro Manzoni assegnerà ad alcuni personaggi de I promessi sposi.

La storia della Chiesa continuerà ad essere irrorata dal sangue dei martiri, vittime delle invasioni islamiche, dell’annoso scontro tra potere politico e spirituale, delle guerre tra cattolici e protestanti. 


Con l’affermazione dei principi di tolleranza e pluralismo, nell’età contemporanea si ridussero in Occidente le persecuzioni religiose, tuttavia non può dirsi che il Novecento non sia stato un secolo di martiri: Massimiliano Maria Kolbe, Edith Stein, Maria Goretti. Fu la vicenda di quest’ultima, una dodicenne massacrata per non avere ceduto al suo violentatore, a suggerire a Karl Rahner una concezione “dilatata” del martirio.

Secondo il grande teologo gesuita, devono considerarsi martiri anche coloro che, pur non essendo stati costretti a rinnegare la fede, hanno comunque versato il loro sangue cristianamente. 


Giovanni Paolo II delineò, così, la categoria dei “martiri della giustizia e indirettamente della fede”, alla quale ascrisse Rosario Livatino. Con questa profetica intuizione, Wojtyla affermava che la santità non diverge dalla giustizia e dalla carità.

E proprio il 9 maggio 1993, dopo una storica celebrazione nella Valle dei Templi, il Papa polacco lanciò un anatema manzoniano a Cosa nostra: “Lo dico ai responsabili, convertitevi! Una volta verrà il giudizio di Dio!”.

Quello stesso giorno, che non a caso è stato scelto per la beatificazione di Livatino, il Pontefice aveva incontrato gli affranti genitori del giudice assassinato.

Dalla loro drammatica conversazione scaturì la prima esortazione al pentimento, rivolta da un vescovo ai mafiosi, che sconfessò per sempre l’ipocrita devozione degli uomini d’onore e asserì inequivocabilmente l’assoluta incompatibilità tra Vangelo e criminalità organizzata.

Quattro mesi più tardi, tale assunto fu suggellato dall’assassinio di padre Puglisi, anch’egli proclamato martire il 25 maggio 2013. 


Rosario Livatino ha lasciato due meravigliose conferenze: “Il ruolo del giudice nella società che cambia”, tenuta il 7 aprile 1984, “Fede e diritto”, del 30 aprile 1986.

Nella prima l’autore tratteggia l’ideale di magistrato, così come egli l’ha concepito e incarnato, con straordinaria propensione e lungimiranza.

“È da rigettare l’affermazione, scrive, secondo la quale, una volta adempiuti con coscienza e scrupolo i propri doveri professionali, il giudice non ha altri obblighi da rispettare nei confronti della società e dello Stato e secondo la quale, quindi, il giudice della propria vita privata possa fare, al pari di ogni cittadino, quello che vuole”.

E ancora, sull’indipendenza della magistratura afferma che essa non sta solamente “nella propria coscienza, nell’incessante libertà morale, nella fedeltà ai principi, nella sua capacità di sacrificio, nella sua conoscenza tecnica, nella sua esperienza, nella chiarezza e linearità delle sue decisioni, ma anche nella sua moralità, nella trasparenza della sua condotta anche fuori dalle mura del suo ufficio, nella normalità delle sue manifestazioni nella vita sociale, nella scelta delle sue amicizie, nella sua indisponibilità ad iniziative ed affari, tuttoché consentiti ma rischiosi, nella rinunzia ad ogni desiderio di incarichi e prebende, specie in settori che, per la loro natura o per le implicazioni che comportano, possono produrre il germe della contaminazione ed il pericolo dell’interferenza”. 


Nell’altro intervento sono affrontati i temi della laicità dello Stato e il rapporto tra giustizia e fede. Livatino sostiene che “non importa che lo Stato o un singolo Stato assuma volto e natura etici confessionali; non occorre cioè che Cesare sia un credente.

È sufficiente che ogni singolo Stato rispetti, nella sua legislazione terrena, quelle esigenze della persona, dei gruppi, della comunità che sono indicate dalla loro stessa umanità di vita”.

 

Sull’altra questione egli è evangelicamente convinto che “la giustizia è necessaria, ma non sufficiente e può e deve essere superata dalla legge dell’amore, amore verso il prossimo e verso Dio, ma verso il prossimo in quanto immagine di Dio, quindi in modo non riducibile alla mera solidarietà umana”.


In entrambi i casi, allora, il trait d’union fra il diritto e il Vangelo è l’uomo, con la dignità della sua persona, alla cui tutela sono chiamate le istituzioni in quanto tali, comunque siano rappresentate, da credenti e non: “Ed è proprio in questo scegliere per decidere, decidere per ordinare, che il magistrato credente può trovare un rapporto con Dio. Un rapporto diretto, perché il rendere giustizia è realizzazione di sé, è preghiera, è dedizione di sé a Dio. Un rapporto indiretto per il tramite dell’amore verso la persona giudicata. Il magistrato non credente sostituirà il riferimento al trascendente con quello al corpo sociale, con un diverso senso ma con uguale impegno spirituale”.


Dopo un magistrato, ci aspettiamo adesso che papa Francesco sblocchi la causa di beatificazione di un altro laico, il vicebrigadiere dei Carabinieri Salvo D’Acquisto, che il 23 settembre 1943 si fece fucilare al posto di ventidue civili, minacciati dalla rappresaglia nazista contro un attentato dinamitardo.

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Edito da: Sudpress S.r.l. zona industriale, c.da Giancata s.n. – 95121 Catania

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