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"La Cultura Classica salverà l'Uomo dalla dittatura della Tecnica"

31-07-2021 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

"La Cultura Classica salverà l'Uomo dalla dittatura della Tecnica"

Qualsiasi riforma metta al centro l'uomo

Uno dei maggiori filosofi dell’Ottocento, Auguste Comte, aveva diviso la storia in tre stadi: teologico, metafisico e positivo.

 

Secondo l’Autore francese, l’uomo si era gradualmente distaccato dalle credenze e dalle conoscenze illusorie in cui si era trovato nel passato ed era finalmente approdato ad una fase egemonizzata dalla scienza.

 

Quest’ultima, basandosi esclusivamente su dati certi (“posti”), è la sola in grado di giungere a conoscenze indubitabili. 
 

Bisogna riconoscere che tale scansione si è effettivamente avverata, infatti da tempo la religione è ormai relegata a una componente privata della vita dell’uomo e ha perso gran parte della rilevanza pubblica e sociale esercitata in passato.

 

E anche la metafisica, considerata la branca principale della filosofia, le cui radici affondano nel pensiero antico di Platone e Aristotele e, per certi aspetti, anche in quello precedente di Parmenide e Anassagora, da Kant in poi ha perso il vigore e il prestigio di una volta.

 

Alcuni concetti, presenti nei due ambiti appena richiamati (religione e metafisica), appaiono oggi anacronistici, non solo agli occhi di certi intellettuali, ma anche nel linguaggio ordinario.

 

Se parli di anima o essenza in un dibattito culturale, non puoi non riferirti a pensatori classici.

Se ne discuti con dei ragazzi, magari al di fuori di un’aula scolastica, o durante una cena con amici, gli altri ti rivolgono subito preoccupati sguardi di compassione. 
 

Dunque, ci troviamo sotto il dominio pieno della scienza, i cui contenuti sono sicuri, incontrovertibili, perché dimostrabili e dimostrati, da procedimenti logici ed empirici.

 

Inoltre, la scienza progredisce in maniera inarrestabile, incentivando anche l’evoluzione della tecnica, i cui effetti sono ormai entrati a far parte, prepotentemente, della nostra vita, condizionandola e orientandola.

 

La tecnologia ha poi assunto una valenza economica, pervadendo il mercato, fino a sottometterlo alle sue regole.

 

Se non sei tecnologizzato, sei fuori dai giochi, con pesanti ripercussioni anche sulla tua libertà di movimento e, in generale, di azione.

 

Pensate a quante rinunce saremmo costretti se non possedessimo, oggi, uno smartphone, se non comunicassimo tramite email, se non avessimo scaricato alcune applicazioni, come whatsapp. se non prendessimo l’aereo, se non disponessimo di una carta di credito e così via. 
 

I benefici di queste massicce innovazioni sono incalcolabili, soprattutto nell’ambito della medicina e di tutto quello che, in un certo senso, ha a che fare con la qualità della vita degli uomini o con la loro sopravvivenza. 
 

Da qualche tempo, però, si ha l’impressione che questo stadio positivo nel quale siamo entrati, stia esaurendosi e che esso stesso, ci abbia inesorabilmente trasportato in quello che alcuni studiosi definiscono uno stadio inumano o postumano.

 

Stiamo, cioè, per entrare in una fase nuova, nella quale il successo della tecnica rischia di soppiantare l’uomo.

 

Di fatto questo accade già, specialmente a riguardo delle relazioni interpersonali, molto deteriorate dai nuovi strumenti di comunicazione.

 

Le chat, ad esempio, consentono di passare una notizia in tempo reale ad una quantità illimitata di destinatari, ma spesso diventano il regno della banalità o, peggio, degli insulti.

 

I pagamenti on line ti evitano le lunghe attese in banca o all’ufficio postale, dove comunque, un tempo, incontravi persone e discutevi con loro.

 

I navigatori ti aiutano a raggiungere mete, dove prima potevi arrivare solo dopo avere chiesto informazioni ai passanti ai quali ti rivolgevi salutando, chiedendo per piacere e ringraziando.

 

Continuando di questo passo, si potrà arrivare ad un punto in cui l’essere umano sarà sostituito da una macchina? Ovviamente no, servirà sempre qualcuno che pigi il famoso bottone, che metta tutto in moto.

 

Ma non mi sento lontano da una “dittatura” della tecnica, nella quale la persona non sarà più al centro e la sua dignità sarà sempre più minacciata.

 

Nella quale ci sentiremo totalmente autonomi da tutto e da tutti e un delirio di onnipotenza, inevitabilmente, attraverserà ognuno di noi.
 

Martin Heidegger, tra i massimi filosofi del Novecento, in una intervista rilasciata al prestigioso settimanale tedesco Der Spiegel, dichiarava che “ormai solo un dio ci può salvare”, affermazione che diede il titolo all’articolo e ad un’opera uscita postuma, per espressa volontà dell’autore.

 

Lo stesso giornale pubblicò l’intervista nel 1976, dopo la morte di Heidegger.

Il senso di quella dichiarazione è legato alla previsione che il mondo sia diretto verso la sottomissione ad uno Stato tecnico assoluto.

 

Il grande filosofo tedesco non allude né al Dio rivelato delle religioni monoteiste, né a nessun’altra divinità particolare.

 

Egli, piuttosto, affida al pensiero e alla poesia il compito di “preparare una disponibilità e una prontezza per l’apparizione del Dio oppure per l’assenza, il distanziarsi del Dio nel tramonto”.

 

Dunque, non una catechesi filosofica, ma l’allarme di chi si accorge che l’uomo è “posto, preteso e reso oggetto di una ingiunzione da una potenza che diviene apertamente manifesta nell’essenza della tecnica”.

 

Non a caso, Heidegger individua nel pensiero e nella filosofia il terreno più adatto ad accogliere Dio, ossia a recuperare la coscienza del limite dell’uomo e a rinunciare alla pretesa di essere Dio lui stesso. 


Recentemente anche Umberto Galimberti, noto filosofo e psicoanalista, ha dichiarato che soltanto la cultura classica ci può salvare dal declino.

 

Ancora una volta ci permettiamo, allora, di chiedere ai responsabili dei programmi scolastici di tenere conto di questi suggerimenti e di non perdere mai di vista la centralità della persona in qualsiasi ulteriore riforma si voglia studiare ed attuare.
 
 

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