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Scuola: "Chi ha orecchie per intendere intenda"

04-09-2021 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, Cultura&Spettacolo, Focus,

Scuola: "Chi ha orecchie per intendere intenda"

8 milioni di studenti pronti a tornare a scuola...ma la scuola è pronta a riceverli e farli crescere come si deve?

8 milioni di studenti pronti a tornare a scuola...ma la scuola è pronta a riceverli e farli crescere come si deve?

Preceduto dalle immancabili polemiche, che hanno animato il dibattito politico estivo, fra alcuni giorni inizierà il nuovo anno scolastico per circa otto milioni di studenti.

 

Il punto più controverso riguarda, naturalmente, le misure di contrasto al coronavirus.

 

Per garantire lo svolgimento in presenza di tutte le attività, è previsto il greenpass per l’intero personale docente e non docente; l’uso della mascherina è esteso anche agli alunni ed è stato ribadito il distanziamento interpersonale di un metro tra i ragazzi e di due metri tra la cattedra e le prime file di banchi.

 

Si vorrebbe scongiurare l’esperienza dello scorso anno quando, dopo un’apertura all’insegna dell’ottimismo e dei buoni propositi, a fine ottobre ci siamo di colpo ritrovati in dad. 
 

Sulla quantità di insegnanti vaccinati ad oggi, i numeri non concordano.

 

In base ai dati ufficiali comunicati dal Governo, risulterebbe che in Italia il 15% circa del personale scolastico non ha ancora ricevuto nemmeno la prima dose.

 

In Sicilia, secondo una circolare dell’Assessore all’Istruzione e alla Formazione Professionale Roberto Lagalla, la percentuale salirebbe intorno al 20%, mentre per alcune fonti sarebbe addirittura del 40%.

 

Se i lavoratori scolastici immunizzati fossero, effettivamente, poco più della metà, l’inizio non sarebbe dei migliori.

 

Mi chiedo, allora, come mai le autorità non abbiano voluto assumersi fino in fondo la responsabilità di imporre a tutti un dovere civico, rassicurando e incoraggiando, anche psicologicamente, i più dubbiosi e riluttanti.

 

Come avviene da tempo per l’antipoliomelitica, l’antiepatite B, l’antitetanica e altri sieri, la cui obbligatorietà è stata confermata con la legge 119/2017. 

 

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Se sono comprensibili le preoccupazioni sulla salute, in questo nuovo inizio d’anno non vanno però dimenticati gli altri problemi, che gravitano attorno all’istruzione.

 

Abbiamo già avuto modo di commentare i risultati dell’INVALSI, recentemente pubblicati, dai quali emerge un livello culturale allarmante dei nostri studenti.

 

Forse c’è bisogno di una sburocratizzazione della scuola, che offra agli insegnanti più tempo per studiare e prepararsi.

 

Tante ore, impiegate per la stesura di relazioni e programmazioni, per la compilazione di domande, la redazione di verbali delle innumerevoli riunioni, potrebbero essere impiegate in maniera più fruttuosa.     

Anche il dirigente scolastico dovrebbe tornare ad essere il preside, ossia la figura cui spetta la massima responsabilità educativa e didattica dell’istituzione di cui è a capo, anziché svolgere le mansioni di un manager d’azienda.

 

Superfluo dire che molti di loro non hanno mai dismesso i panni del docente, a volte, però, le situazioni stesse richiedono, anzi esigono, delle competenze più gestionali che pedagogiche. 


Una riflessione importante meriterebbero anche i PCTO, ovvero l’alternanza scuola-lavoro, pensando che il modo migliore di preparare i giovani ad inserirsi nel mondo del lavoro consista, fondamentalmente, nel prepararli, nel fornire loro gli elementi culturali e morali per orientarsi nella vita con libertà e spirito critico.

 

La scuola non deve perdere di vista che il suo obiettivo precipuo è la formazione di uomini e donne di cultura.


Anche gli esami di Stato dovrebbero essere rivisti, dopo due esperienze “semplificate”, si aspetta di capire quali saranno le nuove modalità, auspicando che essi potranno, finalmente, avere luogo, al termine di un anno interamente svolto in presenza.


D’altro canto, appaiono pure incomprensibili certe scelte compiute dal legislatore in ordine ai piani di studio, dai quali sono state ridotte le ore di alcune materie, come la storia dell’arte al biennio del liceo classico o la storia dal terzo e quarto anno del liceo scientifico.

 

Decisioni infelici non solo per l’incommensurabile patrimonio artistico custodito nel nostro Paese, pari ai due terzi di quello mondiale.

Ma anche per la rilevanza formativa che ha lo studio della storia, in modo speciale in un momento delicato come quello che stiamo attraversando.

 

Molti giovani si comportano oggi come se il contesto nel quale vivono ci sia sempre stato.

 

Come se il benessere, la democrazia, i diritti civili, la pace, siano scontati e dunque li riguarderanno sempre.

 

Attraverso la conoscenza del passato si può capire, invece, che prima di quelle conquiste ci sono state battaglie importanti, combattute da uomini e donne di grande coraggio, che non hanno esitato a sacrificare la vita per gli ideali nei quali credevano.

 

La consapevolezza che storicamente non c’è mai nulla di definitivo, dovrebbe suscitare stili di vita più responsabili e l’impegno a custodire quanto di prezioso si è ricevuto dalle generazioni precedenti.


Quando fu decisa l’abolizione del tema di storia agli esami di Stato, la senatrice a vita Liliana Segre dichiarò: “La storia è sempre manipolabile. E, dopo che verranno meno gli ultimi sopravvissuti, la Shoah diventerà una riga nei libri di storia. E più tardi ancora, non ci sarà neppure quella […] Trovo assurdo che in tempi come i nostri, nel segno delle parole d’odio, il ministero dell’Istruzione sancisca la marginalità della storia. Devo confessare che, dinanzi alla decisione di cancellarne la traccia alla maturità, sono rimasta sbigottita ma non totalmente sorpresa: come se mi fosse arrivata la conferma triste di tanti segnali registrati negli ultimi anni. Le cose non arrivano mai di colpo, ma sono l’esito di lunghi processi”. 


Chi ha orecchie per intendere intenda!

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