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La pace non è una zucca

14-05-2022 07:00

Nicola Filippone

Cronaca, Focus,

La pace non è una zucca

"Se vogliamo la pace dobbiamo diventare la pace. La pace è una pratica, non una speranza."

Durante la recente visita a Washington, il Presidente del Consiglio italiano Mario Draghi ha incontrato l’amico Joe Biden, col quale ha a lungo conversato, auspicando una rapida soluzione della guerra in Ucraina.

I due hanno discusso senza interprete, perché Draghi parla un inglese così perfetto, da far impallidire pure quello di Matteo Renzi.

 

La parola pace, anzi peace, è risuonata nell’elegante salotto della Casa Bianca, tra gli sguardi compiaciuti di Lincoln e Roosevelt, il ciuffo ribelle di Bob Kennedy e il famoso caminetto, divenuto un’icona della comunicazione, negli anni della grande depressione.

Il colloquio è una tappa, che si aggiunge all’intensa attività diplomatica profusa dal governo italiano, per una pacifica conclusione del conflitto.

 

Esso arriva dopo tutti i viaggi effettuati dal Premier (una doppia spola tra Roma e Kiev, Roma e Mosca) e le lunghe ed estenuanti telefonate, intercorse tra lui e Putin e tra lui e Zelens’kyj.

Un giorno pare sia riuscito ad organizzare una videochiamata in tre, che nessun altro leader europeo ha saputo finora uguagliare.

E in questo sforzo sovrumano per la pace, anzi per la peace, sono stati impegnati altri esponenti politici italiani, come Paolo Gentiloni, che al G20 ha lasciato la sala, appena il Ministro delle Finanze russe ha iniziato a parlare, seguendo il segretario al Tesoro USA Janet Yellen.

Non dopo avergli sentito dire parole oscene, ma prima, dando così un’edificante dimostrazione di dialogo.

E non dobbiamo dimenticare le mosse di Luigi Di Maio, che ha deciso l’espulsione dall’Italia di ben trenta diplomatici russi, “per motivi di sicurezza”.

Anche se nessuno sa, realmente, di cosa siano accusati o sospettati.

Forse ha chiarito meglio la nota di Palazzo Chigi, che definisce la decisione “presa in accordo con altri partner europei e atlantici”.

Non si può certo dire che l’Italia non sia un Paese allineato!
 

La pace non è un evento circostanziato e determinato, che si può organizzare in tempi brevi, con i viaggi e le conferenze stampa, ma un processo lento e irto di ostacoli.

Non è una zucca, che una bacchetta magica trasformerà per incanto in carrozza, ma un bene prezioso da custodire sempre, senza mai distrarsi o rilassarsi, tenendo alta la guardia in ogni momento e situazione.

E questo percorso è scandito dall’amicizia, dal dialogo, che non dovrebbe mai interrompersi, dalla collaborazione, dalla solidarietà, dalla condivisione, dalla promozione umana.

E, ovviamente, anche dalla fermezza, dalla condanna, dal diritto e dalla giustizia.

Ma le misure draconiane dovrebbero scattare solamente dopo avere esaurito tutte le altre.

 

“Se vogliamo la pace, diceva il monaco buddista e poeta Thich Nhat Hanh, dobbiamo diventare la pace. La pace è una pratica, non una speranza”.
 

Nonostante una innata aspirazione dell’uomo all’infallibilità, quando si prevedono scenari infausti, si spera interiormente di sbagliare.

Non molto tempo fa, denunciammo il rischio di strumentalizzazione cui questa guerra è esposta.

Esprimemmo il timore che la fornitura di armi mirasse al raggiungimento di obiettivi politici da parte di Stati Uniti e NATO, anziché alla difesa effettiva del popolo ucraino.

 

Che si potesse, pertanto, allungare a dismisura l’elenco di vittime, dall’una e dall’altra parte, sacrificate sull’altare della realpolitik.

Lo scrivemmo col desiderio di commettere un errore di valutazione.

Ma, purtroppo, non è così!

Non ci sbagliavamo.

Ne ha dato conferma il Segretario Generale della NATO Jen Stoltenberg che, alla disponibilità manifestata dal presidente Zelens’kyj di addivenire ad un accordo con la Russia, per il ristabilimento dello status quo ante 24 febbraio, ha dichiarato: “La NATO non accetterà mai l’annessione della Crimea”.

 

Affermazione con la quale, in linea di principio, si può anche concordare, ma che, a tre mesi circa dall’inizio di questa guerra, ha stroncato quello che poteva essere il presupposto di una trattativa seria e realistica.

Ma soprattutto ha, di fatto, esautorato il capo di Stato ucraino, i cui margini di autonomia decisionale si sono ormai ridotti a niente.
 

A questo punto, allora, giù la maschera!

I rappresentanti di USA, Russia, Cina, India, Sudafrica e Brasile si riuniscano in un conclave, come quello di Viterbo del 1271 e non ne escano fino a quando uno di loro non potrà annunciare al mondo: “habemus pacem!” (anzi peace).

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