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23 maggio 2022: la cultura mafiosa celebra il suo trionfo. Perché ha vinto

23-05-2022 07:00

Pierluigi Di Rosa

Cronaca, Focus,

23 maggio 2022: la cultura mafiosa celebra il suo trionfo. Perché ha vinto

...almeno per ora

Intorno alle 18 di quella giornata terribile di trent'annni fa, lo ricordo ogni anno come fosse il giorno prima, ero al telefono con un operatore di quello che una volta era il servizio informazioni della SIP, l'allora servizio pubblico di telefonia.

Il numero credo fosse il 12 e si utilizzava per ottenere il numero di telefono, fisso ovviamente, di un utente telefonico.

Non c'era niente di automatico, ti rispondeva un signore o una signora che stava lì per fornirti l'informazione richiesta.

Avevo quasi 26 anni, non ricordo bene quale numero stessi cercando, forse un ristorante per la sera, ma mentre parlavo con l'operatore sentii confusione dall'altro lato della cornetta, così si chiamava a quei tempi l'auricolare.

 

"Aspetti, aspetti signore - mi disse - è successa una cosa terribile, incredibile, hanno ucciso il Giudice Falcone"

"Ma cosa? Che dice? Come?"

"Una bomba, sono morti tutti, Dio mio, Dio mio, guardi il TG, ne stanno parlando adesso..."

Salutai e poggiai la cornetta, inebetito, avvilito.

 

Accesi la tv e c'erano già le immagini di quell'oltraggio inaudito, di quello che appariva come un attacco senza precedenti della mafia allo Stato ma che poi, molto poi, si cominciò a capire, era molto più probabilmente un attacco di una parte deviata dello Stato allo Stato stesso.

 

L'inizio della fine di una civiltà che voleva basarsi sul Diritto e sulla Legalità e che, da quel momento, cominciò ad essere sostituita da una (in)civiltà basata sulla sopraffazione e l'imbroglio, sul governo dei peggiori, sull'emarginazione dei migliori, sul consenso elettorale basato sulle clientele e raccomandazioni, su un potere che ormai si regge sull'astensione di chi ormai non vota neanche più per colpevole inedia o, peggio, convinti che non votare possa essere una protesta efficace.

 

È un discorso delicatissimo, scivoloso, accostare mafiosità a cultura, apparentemente ossimori.

Non lo sono, perché è proprio nel momento in cui la mafiosità diventa un metodo di governo della cosa pubblica, a prescindere dal far parte in senso stretto dell'organizzazione Cosa Nostra, che si realizza il suo trionfo provocando come conseguenza la morte del tessuto sano di qualsiasi comunità.

 

Ed è quello che sta accadendo, da tempo: non è un caso se abbiamo la peggior classe dirigente del mondo che sta causando lo scivolamento irreversibile verso la miseria economica, sociale e morale di quello che era il Bel Paese.

 

Falcone è diventato, e lo è indiscutabilmente, un Eroe solo dopo aver sacrificato la vita sua, di sua moglie Francesca e degli agenti che lo proteggevano morti con loro, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro, e con loro anche quelli rimasti feriti ed indelebilmente segnati Paolo Capuzza, Angelo Corbo, Gaspare Cervello e l'autista giudiziario Giuseppe Costanza.

 

Falcone e con Borsellino furono eroi dell'intelligenza e del dovere, ereditando il metodo di lavoro ideato da un altro martire, il loro Maestro, Rocco Chinnici.

 

Prima di loro la mafia, Cosa Nostra, semplicemente non esisteva, una sorta di invenzione letteraria.

Prima di loro si indagavano i singoli delitti, privi di una visione d'insieme.

La loro straordinaria intuiizone fu individuarla come organizzazione criminale unitaria, con una propria gerarchia, regole interne, un vero e proprio ordinamento: uno stato nello Stato.

E da lì l'incredibile salto di qualità del maxi processo, con centinaia di imputati, decine di ergastoli e migliaia di anni di carcere comminati.

Ma l'esito più importante fu averne svelato i meccanismi di funzionamento: Cosa Nostra esisteva davvero ed era nemica acerrima dello Stato, almeno di quello legale e legalitario, nemica dei cittadini cui succhia e succhia risorse e prospettive.

Un'organizzazione violenta e parassitaria che operava, ed opera, in stretta contiguità con ampie parti del potere politico.

Altra intuizione, quest'ultima, probabilmente quella definitiva che ne decretò la morte.

 

I dubbi sulle modalità degli attentati di Capaci e via D'Amelio, con i successivi depistaggi, restano ancora incombenti: pensare che squadre di pecorai potessero organizzare attentati a così alta specializzazione militare appare di una ingenuità disarmante.

Qualcosa di ancora più inquietante, se possibile, deve essere accaduto.

 

Non si può e non si deve dimenticare, ed i nostri giovani devono saperlo, devono capirlo, che quei Magistrati in vita vennero ostacolati, denigrati, derisi, giubilati, isolati prima di essere assassinati.

 

Le ultime interviste di Paolo Borsellino, dopo la morte del suo collega e amico Giovanni, sono di una tristezza infinita, con la consapevolezza di essere un "morto che camminava", come gli era stato predetto,  vittima di un vuoto che gli si era fatto intorno perché aveva capito che la mafia non era soltanto quella che avevano smascherato con il maxi processo.

 

Storia ormai vecchia, che viene sottaciuta per non disturbare parate e controparate.

 

Ma non è questo il punto, il punto è cosa è accaduto dopo e cosa sta accadendo oggi.

 

Alle stragi lo Stato reagì, e non poteva fare altro, con una apparente campagna repressiva che sgominò nel tempo le frange più violente e spregiudicate di Cosa Nostra. E va bene.

 

Ma poi?

Il sistema politico più contiguo, quello più incline al compromesso mafioso, pronto a ricevere voti in cambio di appalti e favori, si riorganizzo immediatamente, rimanendo saldamente al potere, mimetizzandosi, lanciando la stagione della "mafia dell'antimafia", creando carriere e fortune su presunti e sedicenti pedigree di legalità.

 

L'aspetto più grave è che la cultura della sopraffazione e del parassitismo, tipica di quella mafiosa, si è impadronita della politica, trasformandola in strumento di occupazione del potere pubblico che viene trasformato immediatamente in bancomat personale, in cui gli incarichi vengono assegnati esclusivamente o quasi in base all'appartenenza, generando una selezione al ribasso priva di qualsiasi merito che ha ridotto gran parte delle istituzioni e della pubblica amministrazione in enormi manicomi criminali, in cui l'unico valore è la spregiudicatezza.

 

È questa la verità che nessuna cerimonia celebrativa può cancellare: il 23 maggio 1992 Giovanni Falcone ha perso la vita e la battaglia, e il 23 maggio 2022 la guerra è ancora in corso ma sempre più stanca, distratta, avvilita.

 

E non c'è più Giovanni Falcone. E neanche Paolo Borsellino. E neppure gli agenti delle scorte che li proteggevano.

 

Ma da qualche parte, se ne può essere certi, da qualcuno che magari oggi ancora non conosciamo, quell'eredità è o sarà raccolta.

 

E darà i suoi frutti: perché non può finire così!

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