
Mancava solo che incolpasse l’opposizione di Saturno in Bilancia per completare il quadro delle giustificazioni. Ma alla fine l'alibi è servito lo stesso.
Con la pubblicazione della nuova classifica del Governance Poll del Sole 24 Ore, il sindaco di Catania Enrico Trantino frana inesorabilmente nei bassifondi del gradimento nazionale, scivolando al quart'ultimo posto.
I numeri descrivono un verdetto pesante: una perdita di consenso che sfora il 20% nell'arco di pochissimo tempo, un tonfo verticale se si pensa che nel 2024 il primo cittadino si trovava ancora a un dignitoso 17esimo posto.
Ma per capire come si sia arrivati a questa Caporetto d'immagine, è necessario rimettere in fila le lancette dell'orologio e guardare oltre la propaganda dei social.
Il distacco tra la città e il suo sindaco non è nato ieri, ma segue una linea temporale ben definita:
- Maggio 2023 (L'elezione): Trantino viene eletto con un plebiscito di facciata, raccogliendo il 66,1% dei voti, spinto principalmente dall'onda del centrodestra unito.
- Luglio 2024 (I primi segnali): A un anno dal voto, il Sole 24 Ore registra già un calo evidente: il gradimento scende al 57,5%. La luna di miele è già finita. Il centrodestra inizia a perdere pezzi della propria base a causa delle prime scelte dell'amministrazione.
- Oggi: L'emorragia di voti accelera bruscamente, portando il sindaco al tracollo attuale e congelando la sua popolarità ai minimi storici.
Di fronte a un dato così brutale, la reazione di Trantino non si è fatta attendere. In un lungo sfogo su Facebook all’indomani della pubblicazione della classifica, il sindaco ha fornito la sua personale interpretazione dei fatti. Sintetizzando: la colpa del colossale tonfo non sarebbe da imputare alla sua azione di governo, bensì all’algoritmo dei social e alla cattiva percezione alimentata da una minoranza di contestatori, da lui definiti implicitamente evasori.
Ancora una volta, l'amministrazione perde l'occasione per fare un briciolo di autocritica, preferendo rifugiarsi nel vittimismo. Una linea difensiva che rasenta il controsenso logico: se a contestarlo è davvero solo una sparuta minoranza, com'è possibile che questa sia stata così abile da manipolare e orientare il giudizio dell'intera cittadinanza? Il Sole 24 Ore ha forse intervistato soltanto la platea di questi presunti "pericolosi disinformatori"?
La verità è che i motivi per non gioire, a Catania, sono drammaticamente concreti e toccano la carne viva della quotidianità. La narrazione di una città che protesta solo sui social si scontra con i dati e la cronaca di un territorio in sofferenza.
Mentre l'amministrazione si è concentrata su una gestione spesso definita "sceriffistica" — focalizzata su una mobilità urbana caotica, pedonalizzazioni calate dall'alto, una guerra ideologica all'auto e un accanimento nel perseguire i severi obiettivi di bilancio con il fiato sul collo dei cittadini — le emergenze reali sono rimaste al palo.
Catania continua a fare i conti con una crisi occupazionale ed economica endemica, accentuata dagli strascichi della pandemia. A tutto questo si aggiunge un problema di sicurezza pubblica sempre più pressante, ben lontano dall'essere una semplice "percezione":
I casi di cronaca recente, come le violente aggressioni giovanili in pieno centro (tra cui spiccano i Daspo e le misure cautelari per le baby gang armate di tirapugni nella zona della movida), i crimini dei migranti o le costanti operazioni antidroga nelle piazze di spaccio storiche, restituiscono l'immagine di una città vulnerabile e stanca.
In questo scenario, la pressione fiscale e i disservizi hanno rappresentato il colpo di grazia per i fragili equilibri economici che i catanesi stavano faticosamente cercando di ricostruire. Più che di "narrazioni distorte", il crollo di Trantino è il risultato di risposte amministrative inadeguate di fronte ai bisogni reali di una città che chiede sicurezza, lavoro e servizi, ricevendo in cambio solo scuse e post su Facebook.











