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Catania Multiservizi, 28 lavoratori nel mirino: la partecipata che dovrebbe riparare la città ridotta ai lice

13-07-2026 06:00

Pierluigi Di Rosa

Cronaca, FOCUS,

Catania Multiservizi, 28 lavoratori nel mirino: la partecipata che dovrebbe riparare la città ridotta ai licenziamenti

Il presidente Guglielmino, che ora vuole licenziare, aveva ringraziato Sammartino e Sudano per la nomina: RINGRAZIANO ANCHE LAVORATORI E CITTADINI

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Un contratto rovesciato, competenze mancanti e conti fragili: il piano industriale svela anni di programmazione cieca e costosa.

 

La società pubblica Multiservizi, interamente controllata dal Comune di Catania, che dovrebbe curare il verde, riparare le strade e mantenere in efficienza gli immobili comunali ha scoperto di avere troppi addetti nei settori sbagliati e troppo pochi lavoratori qualificati dove servirebbero davvero.

Così, nella Catania delle buche, delle sterpaglie, delle scuole da manutenere e degli edifici pubblici bisognosi di interventi, la soluzione escogitata dalla partecipata comunale è una di quelle che solo la cattiva amministrazione riesce a rendere plausibili: aprire una procedura di licenziamento collettivo.

 

Non perché il lavoro manchi.

Ma perché per anni nessuno avrebbe programmato seriamente organici, competenze, ricambio generazionale e dotazione dei mezzi.

 

E adesso il conto rischia di finire, come sempre, nelle mani di chi ha meno responsabilità: i lavoratori.

Catania Multiservizi avvia la procedura di licenziamento collettivo

Il documento di cui diamo notizia porta la data del 9 luglio 2026, il protocollo numero 65 ed è firmato dal legale rappresentante pro tempore Giuseppe Guglielmino.

 

Nominato dall’amministrazione Trantino nel dicembre 2024, il presidente Guglielmino si presentava con una dichiarazione da manuale cencelliano: «Un impegno importante per un incarico che ricoprirò con il massimo impegno, per queste ragioni ringrazio il sindaco di Catania Trantino, l’onorevole Sammartino e l’onorevole Sudano per la fiducia che ripongono in me»; subito rafforzato nella sua matrice politica dal presidente della Commissione Comunale alle Partecipate e consigliere di “Prima L'Italia-Lega” Andrea Cardello che in occasione della nomina dichiarò: «Siamo soddisfatti per questa scelta, Guglielmino è un serio e preparato professionista che sicuramente svolgerà un lavoro eccellente». 

E come no: siamo arrivati ai licenziamenti!

 

L’oggetto, infatti, non lascia spazio alle acrobazie lessicali: “comunicazione di avvio della procedura di licenziamento collettivo” ai sensi degli articoli 4 e 24 della legge 223 del 1991.

La nota è stata inviata alle 12.04 dello scorso 9 luglio alle rappresentanze sindacali, alle organizzazioni territoriali, alla Direzione territoriale del Lavoro di Catania, al Centro per l’Impiego di Catania e all’assessorato regionale competente.

La procedura riguarda un massimo di 28 operai, individuati prioritariamente nei settori della pulizia e della custodia.

Nel dettaglio, vengono indicati come eccedenti fino a 17 addetti alle pulizie e 11 addetti alla guardiania, portierato e controllo degli accessi.

La società dichiara di voler raggiungere un accordo basato su adesioni volontarie e incentivi all’esodo, sostenendo di voler evitare licenziamenti unilaterali forzosi.

Resta però un fatto difficilmente addolcibile: è stata formalmente aperta la procedura prevista dalla legge per la riduzione collettiva del personale.

La normativa impone infatti una preventiva comunicazione alle organizzazioni sindacali e l’avvio di un confronto sulle cause degli esuberi e sulle possibili alternative.

 

Che cosa dovrebbe fare la partecipata del Comune di Catania

La Catania Multiservizi S.p.A. è una società interamente partecipata dal Comune di Catania.

Non si occupa di un’attività marginale o residuale.

Gestisce servizi che incidono direttamente sulla qualità della vita quotidiana dei cittadini: manutenzione del verde pubblico, pulizia e custodia degli edifici comunali e scolastici, manutenzione stradale, servizi cimiteriali, illuminazione votiva, traslochi e interventi manutentivi.

La stessa documentazione comunale attribuisce alla società attività di manutenzione ordinaria degli edifici pubblici, degli impianti sportivi e delle scuole.

Il piano comunale di protezione civile la indica inoltre come struttura in grado di intervenire con uomini e mezzi nella manutenzione del verde, delle strade e nel ripristino dei luoghi dopo le emergenze.

Parliamo, dunque, di una società che dovrebbe essere uno dei principali bracci operativi del Comune di Catania.

Un’azienda pubblica che dovrebbe correre quando una strada si sbriciola, un albero diventa pericoloso, una scuola necessita di manutenzione o un edificio comunale cade a pezzi.

Eppure questa macchina, invece di essere organizzata per rispondere alla domanda sterminata di interventi, arriva nel luglio 2026 dichiarando di avere personale eccedente.

Il paradosso non è soltanto evidente.

È politicamente osceno.

 

Il nuovo contratto ha ribaltato i servizi, ma nessuno aveva preparato l’azienda

Secondo la comunicazione aziendale, il 31 dicembre 2025 è stato sottoscritto con il Comune di Catania un nuovo contratto del valore complessivo di 9.314.501 euro.

Il nuovo assetto destina il 70 per cento delle risorse alle manutenzioni, comprendendo verde, edifici e strade.

Soltanto il restante 30 per cento viene riservato ai servizi tradizionali, come pulizia, custodia, traslochi, attività cimiteriali e illuminazione votiva.

Ed è qui che esplode il capolavoro della programmazione pubblica.

La società ammette che il proprio organico era stato modellato sul precedente contratto e che oggi risulta strutturalmente squilibrato rispetto alle nuove attività.

In altre parole, il Comune di Catania e la sua partecipata hanno cambiato radicalmente il contenuto dell’affidamento senza che la forza lavoro fosse stata preventivamente formata, riconvertita e organizzata per svolgere i nuovi compiti.

Il contratto è arrivato.

Le competenze no.

E adesso dovrebbero andarsene i lavoratori.

Novantacinque addetti nei settori in contrazione

La nota aziendale riferisce che nel settore pulizie sono impiegate 56 persone, mentre nella custodia lavorano 39 addetti.

In totale sono 95 lavoratori concentrati proprio nelle attività alle quali il nuovo contratto assegna una quota minoritaria delle risorse.

 

Secondo la società, il costo del personale supererebbe i ricavi del settore del 136 per cento nelle pulizie e del 176 per cento nella custodia, generando perdite definite strutturali e insostenibili.

Il documento sostiene inoltre che questi 95 addetti assorbirebbero oltre il 52 per cento della manodopera operaia.

Ma nella tabella riportata nella pagina successiva gli operai complessivi risultano essere 190.

E 95 su 190, salvo categorie o criteri di calcolo non spiegati, rappresentano esattamente il 50 per cento.

Anche questa differenza meriterebbe un chiarimento, perché quando si apre una procedura che può incidere sulla vita di decine di famiglie persino le percentuali devono essere inattaccabili.

 

Dove il lavoro aumenta servirebbero 133 persone, ma ce ne sono soltanto 69

La parte più surreale della vicenda arriva subito dopo.

Nei settori definiti “in espansione”, ossia manutenzione del verde, delle strade e degli edifici, servirebbero secondo l’azienda circa 133 addetti a tempo pieno.

Quelli attualmente disponibili sarebbero appena 69.

Dunque la partecipata non ha personale in eccesso in assoluto.

Ha troppi lavoratori in alcuni servizi e troppo pochi in altri.

Il problema non è la mancanza di cose da fare.

È l’incapacità, maturata negli anni, di predisporre una pianta organica coerente con le esigenze della città.

La società afferma che la riconversione su larga scala non sarebbe praticabile perché le nuove mansioni richiedono operai agricoli specializzati, potatori in quota, muratori, asfaltisti, conducenti di mezzi con cestello e addetti alla segnaletica stradale.

 

Aggiunge che l’età media del personale è di circa 57 anni, che numerosi dipendenti presentano idoneità parziali e che mancherebbe il tempo per una riqualificazione compatibile con le scadenze contrattuali.

Ma questa non è una giustificazione.

È una confessione.

Certifica che una società pubblica strategica è arrivata impreparata al momento in cui avrebbe dovuto potenziare proprio le attività più necessarie alla città.

 

La città cade a pezzi, ma la sua società di manutenzione dichiara gli esuberi

Il Comune di Catania ha approvato progetti per oltre 21 milioni di euro destinati alla riqualificazione della rete stradale, coinvolgendo decine di vie, assi di attraversamento, marciapiedi e collegamenti urbani.

Nell’aprile 2026 lo stesso sindaco Enrico Trantino ha parlato delle “pessime condizioni” di gran parte delle strade cittadine, attribuendole a una carenza di manutenzione protratta per oltre dieci anni.

Nel quartiere Borgo-Sanzio, soltanto pochi mesi fa, sono state documentate proteste per sterpaglie, rami abbandonati, panchine rotte e manutenzione ordinaria del verde giudicata insufficiente.

Quindi il lavoro esiste.

È sotto gli occhi di chiunque attraversi Catania senza paraocchi istituzionali.

Esistono strade da sistemare, aree verdi da curare, scuole da mantenere, edifici pubblici da rendere sicuri e servizi da potenziare.

Quello che manca è un’organizzazione capace di trasformare questo enorme fabbisogno in attività produttiva, formazione e occupazione stabile.

 

I numeri della partecipata: 213 dipendenti e oltre 7 milioni di costo

Alla data del primo marzo 2026 la Catania Multiservizi dichiara di avere 213 dipendenti.

Gli impiegati sono 23, con un costo annuo complessivo di 1.359.018 euro.

Gli operai sono 190, con un costo complessivo di 5.664.749 euro.

Il costo totale del personale indicato nella comunicazione raggiunge quindi 7.023.767 euro.

I 23 impiegati amministrativi, tecnici e dei servizi generali vengono espressamente esclusi dal programma di esubero.

La mannaia, sia pure presentata nella forma dell’adesione incentivata, viene indirizzata esclusivamente verso gli operai.

Ancora una volta la riorganizzazione parte dal basso.

Mai dai livelli nei quali sono state assunte le decisioni che hanno prodotto lo squilibrio.

Un milione di euro pubblici per accompagnare le uscite

Nel maggio 2026 il Consiglio comunale ha approvato il nuovo Piano industriale 2026-2028 e un aumento del capitale sociale della Catania Multiservizi pari a 1,5 milioni di euro.

Di questa somma, fino a un milione di euro è destinato agli incentivi per l’esodo dei dipendenti prossimi alla pensione.

 

La comunicazione istituzionale parlava di rilancio, ricambio generazionale, riduzione dei costi e assunzione di nuove figure specializzate.

Il piano prendeva in considerazione 47 dipendenti senior che avrebbero maturato il diritto alla pensione entro il 31 dicembre 2029.

Due mesi dopo, il “rilancio” assume la forma giuridica di una procedura di licenziamento collettivo con un massimo di 28 eccedenze prioritarie.

La società prevede inoltre la possibilità di estendere l’incentivo anche ad altri lavoratori disponibili a uscire volontariamente.

Il passaggio più amaro è scritto nero su bianco.

 

Le cessazioni dovrebbero consentire l’ingresso di nuovo personale specializzatoa minor costo”.

Tradotto dal burocratese: il denaro dei cittadini finanzia l’uscita dei dipendenti anziani per sostituirli con lavoratori più giovani e meno costosi.

Il problema non è il ricambio generazionale, che può essere necessario.

Il problema è arrivarci dopo decenni di inerzia, senza un serio percorso di formazione e con una procedura che espone 28 famiglie all’incertezza.

Il “rilancio” comincia dalla porta d’uscita

L’assessore comunale alle Partecipate Giuseppe Marletta aveva definito l’aumento di capitale una manovra straordinaria destinata a rilanciare una struttura strategica per Catania.

Il Partito Democratico, durante il dibattito consiliare, aveva già contestato l’operazione, sostenendo che due terzi delle risorse sarebbero stati consumati per finanziare le uscite e che il provvedimento non avrebbe introdotto vere misure strutturali.

La delibera fu comunque approvata con 24 voti favorevoli, un astenuto e tre contrari.

Adesso la politica non può fingere sorpresa.

Il piano industriale, il nuovo contratto e l’aumento di capitale sono passati dagli organi del Comune di Catania.

Il socio è unico.

Il proprietario è pubblico.

Le risorse sono pubbliche.

E pubblica deve essere anche la spiegazione di come sia stato possibile ridurre una società essenziale in queste condizioni.

 

Quanti lavoratori rischiano il posto?

La procedura individua un massimo di 28 operai, di cui 17 nella pulizia e 11 nella custodia.

La società punta inizialmente a lavoratori con un’età media dichiarata di 64 anni e con requisiti pensionistici maturabili entro il 2029.

 

I licenziamenti sono già stati eseguiti?

No.

È stata aperta la procedura collettiva e dovrà svolgersi il confronto con le organizzazioni sindacali.

La società dichiara di voler procedere attraverso uscite volontarie incentivate e di voler evitare recessi forzosi.

Perché non vengono trasferiti alle manutenzioni?

Secondo l’azienda, mancano le competenze tecniche richieste, l’età media è elevata, molti lavoratori presentano idoneità parziali e non ci sarebbe tempo sufficiente per una riqualificazione.

È precisamente questa risposta a rendere evidente il fallimento della programmazione.

 

Adesso servono nomi, responsabilità e trasparenza

Chi ha costruito negli anni una pianta organica così lontana dalle esigenze reali?

Chi ha consentito che mancassero asfaltisti, muratori, potatori e operatori specializzati proprio in una città divorata dalla manutenzione arretrata?

Quali programmi di formazione sono stati finanziati e realizzati negli ultimi dieci anni?

Perché il nuovo contratto è stato sottoscritto prima di predisporre una riconversione credibile del personale?

Qual è il costo previsto delle nuove assunzioni?

Con quali procedure verranno selezionati i nuovi addetti?

Quali obiettivi, responsabilità e verifiche sono stati assegnati agli amministratori e ai dirigenti della società?

Sono domande alle quali devono rispondere il sindaco Enrico Trantino, l’assessore Giuseppe Marletta, il vertice della Catania Multiservizi e tutti coloro che hanno approvato questa operazione.

Non è accettabile celebrare a maggio il rilancio di una partecipata e aprire a luglio una procedura di licenziamento collettivo come se le due vicende appartenessero a universi differenti.

 

Appartengono allo stesso piano.

Alla stessa proprietà.

Alla stessa amministrazione.

E soprattutto allo stesso conto, che ancora una volta rischia di essere pagato dai lavoratori e dai cittadini.

Sudpress continuerà a seguire la procedura, gli incontri sindacali, le nuove assunzioni e l’impiego del milione di euro stanziato per gli esodi.

 

Perché quando una società pubblica nata per aggiustare la città arriva a espellere personale mentre la città resta da aggiustare, il problema non sono soltanto i conti.

Il problema è chi li ha fatti.

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