

Ci siamo presi un po' di tempo attendendo la fine dell'emergenza Etna che ha bloccato il Fontanarossa. Pensavamo che la crisi fosse riuscita ad aprire qualche occhio in più, qualche occhio con reale potere decisionale sull'affaire privatizzazione. Gli scali di Catania e Comiso (entrambi sotto l'egida di Nico Torrisi) che vanno in sofferenza non sono bastati ad aprire né gli occhi né tantomeno la bocca agli ultimi che, evidentemente, hanno deciso di stare zitti: le associazioni di categoria.
Confindustria Catania, Confartigianato, Cna, Confesercenti, l'Api e ancora Coldiretti, Confcooperative e chi più ne ha più ne metta: dove sono?
E i loro associati sono savvero soddisfatti di come sono rappresentati da questi che ormai sembrano più dei mega CAF, al netto di qualche passerella e qualche medaglietta?
Sono loro i principali attori economici in gioco, sono loro che conoscono il valore reale di un aeroporto funzionante: ogni giorno lo usano per far viaggiare merci, relazioni, competenze e occasioni di crescita. Sono loro la benzina di un territorio che dipende esclusivamente dalla connettività aerea. Certo, poi non avendo adeguate strade, treni o collegamenti ad alta velocità, tutto passa solo dall'Aeroporto di Catania; uno scalo che attualmente sta vivendo il suo più profondo medioevo in termini di governance e trasparenza. L'unico a esporsi è stato Pietro Agen, che - nei limiti della sua carica istituzionale di presidente di Confcommercio Catania - ha detto la sua su questa privatizzazione un po' wild.
Ora, prima di capire di quale tessuto resistente sia composto il bavaglio messo alle associazioni di categoria, bisogna capire chi ce lo ha messo sto bavaglio.
Come già detto più e più volte, la Camera di Commercio del Sud Est è il socio di maggioranza della Sac con il suo 60%, e sarà il protagonista che farà il buono e il cattivo tempo sulla privatizzazione. Per non parlare dell'assegno che staccherà una volta concluso l'affare: tra 250 e 300 milioni di proventi dalla cessione. Sempre se si concluderà.
Da tre anni e mezzo, la gestione straordinaria della Camera di Commercio ha bloccato il meccanismo rappresentativo. In condizioni normali, i delegati delle varie associazioni avrebbero il compito di esaminare e votare i piani strategici, inclusa la cessione della quota di maggioranza della Sac. Attualmente, invece, la guida dell'ente è affidata al commissario straordinario Antonino Belcuore - ex presidente del Carnevale di Acireale, voluto da Renato Schifani - che opera senza un mandato eletto dalle categorie. Quindi un doppio silenzio, insomma.
Avendo le mani libere, possiamo provare noi a slegare questo bavaglio individuando un paio di motivazioni.
Se lo vuole Schifani, lo vogliamo noi
Il ragionamento che parrebbe farsi strada nelle segreterie delle associazioni di categoria è lineare: se la privatizzazione la vuole Renato Schifani, allora Schifani vorrà al suo fianco solo chi non gli mette il bastone tra le ruote. Chi si mette di traverso viene tagliato fuori. Le associazioni vivono di relazioni continue con la Regione e gli enti pubblici: finanziamenti, autorizzazioni, tavoli istituzionali, convenzioni. Esporsi criticamente (ma anche solo razionalmente, come nel caso della privatizzazione Sac) su un'operazione voluta dal governo regionale e nazionale ha un costo politico e relazionale che nessuno ha intenzione di pagare.
Il possibile do ut des
Se alcune associazioni hanno già ricevuto, anche solo con un sorriso, la promessa di un ruolo nel post-privatizzazione, il loro silenzio è il prezzo del biglietto. Una specie di garanzia: se ti do un posto a tavola non critichi il menu, tanto è tutto pagato. In un sistema dove le poltrone delle partecipate si spartiscono con il bilancino della rappresentanza, la promessa di un seggio nel nuovo Cda o nella governance residua è una moneta di scambio che vale assai.
Fedeltà cieca a Belcuore
Bisogna ricordare un dettaglio non da poco: il mandato di Antonio Belcuore alla guida della Camera di Commercio doveva essere una meteora, una faccenda da sbrigare in 90 giorni. Invece, quel commissariamento provvisorio si è trasformato in un papato della durata di quasi quattro anni. Un'enormità di tempo in cui Belcuore ha avuto tutta la calma e lo spazio di manovra necessari per intrecciare legami profondi, quotidiani e solidissimi con i vertici delle categorie.
Questo tempo dilatato ha finito per rendere la sua figura la "CamCom in carne e ossa". Ormai è considerato un interlocutore parecchio affidabile, amico di Renato Schifani, Nicola D'Agostino e Nico Torrisi: che fai, te ne privi? Si è creata così una forma di solidarietà paraistituzionale e personale che prescinde totalmente dal merito delle decisioni: non si contesta l'azione del commissario sulla privatizzazione semplicemente perché, dopo tre anni di convivenza forzata, il commissario è diventato monarca.
Il rischio di figuracce
In questa partita il rischio di rimetterci la faccia è altissimo da entrambi i lati. Diciamoci la verità: se la privatizzazione alla fine si fa, chiunque si beccherà una fetta di quella torta avrà vita durissima e finirà dritto sotto i riflettori delle polemiche. Se invece l'operazione dovesse saltare, chi l'ha sponsorizzata e difesa pubblicamente si ritroverebbe in mano una figuraccia epocale, di quelle da cui non ci si ripulisce facilmente.
A questo bivio infernale si aggiunge il faldone della privatizzazione, che scotta. Gli esposti alla Procura della Repubblica si moltiplicano e l'intero processo è sotto la lente d'ingrandimento di diverse autorità di controllo. Le associazioni hanno scelto il silenzio per trincerarsi.
"Non possiamo fare niente"
A scanso di equivoci su una presunta impotenza, i fatti dicono il contrario: le associazioni hanno eccome gli strumenti per intervenire. Potrebbero pretendere la convocazione di un'assemblea straordinaria delle categorie, esigere dal commissario l'accesso agli atti della procedura - comprese le regole di governance post-cessione, finora comunicate solo agli offerenti - o mettere nero su bianco un documento unitario che fissi le condizioni minime di tutela per le imprese del territorio. Avrebbero persino la forza di richiedere che il nuovo Consiglio camerale venga insediato prima di qualsiasi delibera definitiva sulla cessione della quota Sac. Di che stiamo parlando?
Poi ci sarebbe anche l'accesso civico generalizzato. I testi unici sulla trasparenza amministrativa e sulle società partecipate impongono infatti a Sac e alla Camera di Commercio obblighi di pubblicità ben superiori a quelli delle società private. In quanto componenti della rappresentanza camerale, le associazioni avrebbero un titolo specifico per richiedere atti precisi: le regole di governance post-cessione del 16 giugno trasmesse solo agli offerenti, i criteri e i pesi di valutazione delle offerte, i contratti e i compensi degli advisor come Mediobanca, Gianni & Origoni, Steer - anche per capire come salta fuori quella perizia da 600 milioni per il 51% che svaluta parecchio l'aeroporto. Un'eventuale risposta negativa o omessa da parte dell'ente è impugnabile direttamente al Tar.
A oggi, però, non risulta avviata nessuna di queste azioni. La Camera di Commercio del Sud Est avrebbe il dovere di dare voce alle imprese proprio su scelte strategiche come lo sviluppo dello scalo etneo e di quello comisano. Attualmente, invece, la gestione dell'ente si muove su due binari paralleli: da un lato c'è un commissario che delibera senza un mandato eletto, dall'altro ci sono le associazioni che gli danno il benestare.
Le associazioni di categoria sono ancora in tempo per far pesare la propria voce.
Il bavaglio lo abbiamo levato: vediamo se la voce c'è ancora.

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E noi ridiamo!
































































































































































