

Partiti, comitati e territori pretendono numeri, garanzie e responsabilità su Catania e Comiso, mentre il silenzio istituzionale pesa ormai troppo.
La prima domanda è semplice, quasi elementare.
Perché il controllo pubblico della SAC dovrebbe essere ceduto ai privati?
Si tratta di una domanda insuperabile, senza la cui risposta chiara e motivata l'intera operazione non potrà che risultare illegittima e quindi annullabile perché è la stesse legge, 15/2010, che qualifica le partecipazioni aeroportuali come strategiche e quindi per la loro dismissione, anche parziale, sono richieste motivazioni espresse e inconfutabili.
La risposta, invece, continua a perdersi nei corridoi della Regione Siciliana, nelle stanze della Camera di Commercio del Sud Est commissariata oltre ogni decenza e dentro una procedura tanto gigantesca nelle conseguenze quanto minuscola nella trasparenza.
Adesso a pretendere spiegazioni un gruppo di partiti ed associazioni che congiuntamente hanno indirizzato, la trovate in calce, una lettera aperta al presidente della Regione Renato Schifani, al sindaco di Catania Enrico Trantino, alla sindaca di Comiso Maria Rita Schembari e al presidente del Libero Consorzio Comunale di Siracusa Michele Giansiracusa.
La nota è firmata da Claudio Maria Ricozzi, commissario regionale e segretario organizzativo nazionale di SD, da Vicky Amendolia, vicesegretaria vicaria nazionale, e da Claudio Melchiorre, segretario organizzativo regionale del partito.
Non si tratta soltanto dell’ennesimo comunicato destinato a evaporare nel giro di ventiquattr’ore.
Riferiscono infatti di avere già presentato SD, PLD, PSI, Socialismo XXI, Movimento MEC, comitati Vussia e Cassutta e Comitato per la difesa dell’aeroporto di Comiso, un esposto-segnalazione alle autorità giudiziarie e contabili sulla procedura finalizzata alla cessione della maggioranza di SAC Spa.
Perché quando attorno ad un’operazione così delicata si moltiplicano contestazioni politiche, interventi delle parti sociali, richieste di accesso, denunce pubbliche e segnalazioni formali, continuare a rispondere con il silenzio diventa una responsabilità istituzionale.
E il silenzio, quando riguarda aeroporti costruiti con risorse collettive, non è prudenza.
È arroganza.
Una privatizzazione senza documenti pubblici adeguati e senza le dovute motivazioni
La cessione della maggioranza di SAC non è la vendita di una partecipazione marginale custodita in qualche polveroso bilancio regionale.
Riguarda il controllo degli aeroporti di Catania-Fontanarossa e Comiso.
Riguarda la mobilità di milioni di passeggeri.
Riguarda il turismo, le imprese, il lavoro, la logistica, la sicurezza e la capacità della Sicilia orientale di restare collegata con il resto del Paese e con l’Europa.
Eppure, nonostante la portata politica, economica e sociale dell’operazione, non risultano pubblicamente disponibili documenti capaci di spiegare in maniera compiuta perché la maggioranza debba essere ceduta, quale valore sia stato attribuito alla società, quali obblighi graveranno sul compratore e quali poteri resteranno agli enti pubblici.
Non c’è un dibattito pubblico all’altezza.
Non c’è una relazione politica che illustri vantaggi e rischi.
Non c’è un piano industriale sottoposto al giudizio dei territori.
Non c’è una spiegazione convincente sulla destinazione delle somme eventualmente incassate.
Non è neppure chiaro quali garanzie vincolanti saranno imposte al futuro socio privato per impedire che gli aeroporti vengano amministrati esclusivamente secondo la logica del profitto.
Si pretende, in sostanza, che i siciliani consegnino le chiavi di casa senza conoscere il prezzo, il contratto e neppure le intenzioni di chi dovrebbe entrarci.
Un capolavoro di democrazia amministrativa.
La lettera chiama direttamente in causa Renato Schifani
La responsabilità politica principale viene attribuita al presidente della Regione Renato Schifani.
Secondo i firmatari, il governo regionale eserciterebbe, direttamente o attraverso gestioni commissariali degli enti soci, un’influenza su oltre il 70 per cento del capitale di SAC.
Per questa ragione si chiede a Schifani di convocare entro quindici giorni i rappresentanti delle organizzazioni che hanno sottoscritto l’esposto-segnalazione.
La richiesta non è quella di condividere le loro valutazioni.
È molto più elementare.
Chiedono che la Regione risponda con numeri, atti e motivazioni.
Una pretesa che in una democrazia normale dovrebbe essere persino superflua.
In Sicilia, invece, domandare documenti su un patrimonio pubblico sembra essere diventato un gesto sovversivo.
Perché vendere SAC se gli investimenti saranno pagati dal pubblico?
Uno dei nodi centrali sollevati dalla lettera riguarda il Contratto di programma ENAC-SAC 2024-2027.
Nel documento si fa riferimento a investimenti per circa 350 milioni di euro, una cifra che, secondo gli esponenti, sarebbe fuori dalla portata finanziaria della società.
Il punto politico è devastante nella sua semplicità.
Se le opere necessarie allo sviluppo degli aeroporti saranno finanziate, direttamente o indirettamente, con risorse pubbliche, quale sarebbe il contributo effettivo del compratore privato?
E soprattutto, quali garanzie esistono affinché il futuro azionista investa davvero capitali propri?
La lettera sostiene che, in assenza di obblighi stringenti, il privato potrebbe limitarsi a beneficiare di infrastrutture realizzate con denaro pubblico, incassandone successivamente i profitti.
In altre parole, i cittadini pagherebbero gli investimenti mentre il nuovo socio raccoglierebbe i dividendi.
La vecchia ricetta italiana, che in Sicilia riesce a fare anche peggio.
Socializzare i costi e privatizzare gli utili.
La vera domanda economica
La domanda non è se un privato possa amministrare meglio di un soggetto pubblico.
La domanda è se questa specifica operazione produca un vantaggio misurabile per la collettività.
Quel vantaggio, finora, non è stato dimostrato.
E non può essere sostituito dalla formuletta secondo cui il privato sarebbe efficiente per definizione.
Anche perché non tutti i privati sono efficienti.
E non tutte le amministrazioni pubbliche sono condannate all’incapacità.
Vendere un’infrastruttura strategica perché chi la controlla non è stato capace di governarla non è una strategia.
È una confessione di fallimento.
Il disastro di Comiso e le promesse rimaste sulla pista
Nella lettera trova ampio spazio anche il futuro dell’aeroporto di Comiso.
Uno scalo presentato per anni come la grande occasione di sviluppo della Sicilia sudorientale e rimasto, invece, prigioniero di voli intermittenti, contributi pubblici, annunci e conferenze stampa.
L’area cargo viene definita una chimera.
Le rotte continuano spesso a dipendere da incentivi finanziati dagli enti pubblici.
La capacità dello scalo di costruire un mercato autonomo resta tutta da dimostrare.
Ed è proprio qui che la privatizzazione diventa ancora più inquietante.
Quale investitore sarà realmente interessato a sviluppare Comiso, quando la parte più redditizia del sistema aeroportuale è rappresentata da Catania?
Quali obblighi contrattuali impediranno al futuro socio di concentrare traffico, investimenti e servizi sullo scalo etneo, relegando quello ibleo al ruolo di aeroporto di riserva o di eterna promessa elettorale?
Su questo punto non servono dichiarazioni rassicuranti.
Servono vincoli, penali, cronoprogrammi e obblighi verificabili.
Tutto il resto è propaganda da sala d’imbarco.
Dodici domande che nessuno può più fingere di non vedere
La lettera aperta pone dodici questioni precise.
- Quali sono le ragioni economiche e strategiche della cessione della maggioranza di SAC?
- Quali criteri sono stati utilizzati per determinare il valore della società?
- Quale valore è stato attribuito alle concessioni aeroportuali e quali garanzie saranno richieste sugli investimenti presenti e futuri?
- Dove finiranno le somme ricavate dalla vendita e attraverso quali strumenti saranno incassate?
- Quali tutele sono previste per garantire l’interesse pubblico?
- Come si impedirà che i servizi aeroportuali siano subordinati esclusivamente alle decisioni del socio privato?
- Quale sarà il futuro degli aeroporti di Catania e Comiso?
- A che punto sono gli investimenti già programmati?
- Quale controllo hanno realmente esercititato i soci pubblici sulla governance di SAC?
- Quali iniziative sono state assunte dopo le criticità gestionali e organizzative emerse negli anni?
- Qual è il livello di trasparenza negli affidamenti, negli incarichi, nelle consulenze e nelle assunzioni?
- Perché alcuni soci pubblici avrebbero cambiato posizione sulla privatizzazione?
Sono domande politiche.
Sono domande economiche.
Sono domande amministrative.
E sono domande alle quali i siciliani hanno il diritto di ricevere risposta prima della cessione, non dopo, quando i contratti saranno firmati e resteranno soltanto le solite lacrime istituzionali.
I cambi di posizione dei sindaci e le spiegazioni mai arrivate
Si richiama anche il mutamento di orientamento attribuito ai sindaci di Catania e Comiso rispetto alla gestione di SAC e alla cessione della maggioranza.
Cambiare opinione può anche essere legittimo: ma deve essere spiegato!
E quando il cambiamento riguarda il destino di due aeroporti strategici, amministratori e soci pubblici devono spiegare quali fatti, quali analisi e quali garanzie abbiano determinato la nuova posizione.
La lettera evoca anche l’ipotesi, formulata in termini condizionali, che eventuali pressioni indebite potrebbero assumere rilevanza penale.
È un passaggio pesante, che resta un’accusa politica dei firmatari e che potrà essere valutato soltanto dalle autorità competenti.
Proprio per evitare sospetti e ricostruzioni, basterebbe rendere pubblici verbali, interlocuzioni, valutazioni economiche e atti deliberativi.
La trasparenza non serve soltanto a scoprire eventuali irregolarità.
Serve soprattutto a dimostrare che non ce ne sono.
Nico Torrisi, dieci anni di gestione indefinibile (anzi si) e una privatizzazione garibaldina
C’è poi l’anomalia più clamorosa.
Una procedura destinata a cambiare per decenni gli equilibri economici della Sicilia orientale resta affidata a una governance che dovrebbe essere, prima di tutto, chiamata a rispondere dei risultati prodotti.
L’amministratore delegato Nico Torrisi guida SAC da oltre dieci anni.
Un periodo a dir poco inconsueto per una società pubblica, peraltro aggravato da un nucleo di consulenti personali sempre gli stessi e da dirigenti apicali confermati oltre ogni normativa e persino mandati a presidiare società controllate: anomalie impossibili in qualsiasi sistema rispettoso di un minimo di legalità.
E il giudizio non può che essere netto.
Il bilancio manageriale di questo decennio è segnato da ritardi infrastrutturali, fragilità organizzative, emergenze gestite troppo spesso come eventi imprevedibili, incapacità di valorizzare Comiso e risultati finanziari non proporzionati alla forza del mercato aeroportuale catanese.
L’incendio del luglio 2023 ha paralizzato lo scalo e inflitto danni enormi a passeggeri, imprese e immagine del territorio, con il corollario inquietante dell'unico rimasto coinvolto nel procedimento penale che, in corso di indagine, da consulente esterno viene assunto a tempo indeterminato.
Le continue crisi legate alla cenere dell’Etna hanno mostrato ancora una volta quanto il sistema resti vulnerabile davanti a fenomeni tutt’altro che eccezionali ma a fronte dei quali non risulta alcuno studio serio che valuti alternative.
L’Etna erutta da migliaia di anni.
Soltanto per la governance di SAC sembra trattarsi ogni volta di una sorprendente novità dell’ultima ora.
Affidare allo stesso amministratore delegato che ha governato questa stagione la costruzione della privatizzazione significa consentire al controllato di partecipare alla definizione del nuovo controllore.
Più che una procedura societaria, un cortocircuito istituzionale.
Antonio Belcuore e il commissariamento infinito della Camera di Commercio
Anche in questa serie di esposti emerge l'anomalia più volte segnalata ed ogni giorno più ingiustificabile, il fatto che al vertice della catena di controllo c’è la Camera di Commercio del Sud Est, socio determinante di SAC.
L’ente è affidato da circa tre anni e mezzo al commissario straordinario Antonio Belcuore.
Tre anni e mezzo quando per legge doveva decadere allo scadere dei 90 giorni.
Un tempo nel quale si celebrano elezioni politiche, amministrative ed europee.
Alla Camera di Commercio, invece, non si è riusciti neppure a ricostituire gli ordinari organi rappresentativi.
Eppure, secondo l'inerte ed omissivo presidente Schifani che sta consentendo questa enormità, proprio questo commissariamento infinito dovrebbe esercitare la “direzione e controllo” su una delle società pubbliche più importanti della Sicilia.
La situazione è paradossale.
Un commissario nominato per gestire una fase straordinaria, con limiti temporali espressamente fissati dalla legge, è diventato il custode permanente di un potere enorme.
Non è riuscito a portare l’ente alle elezioni, ma dovrebbe garantire la correttezza e l’interesse pubblico nella privatizzazione degli aeroporti?
Sembra una battuta.
Purtroppo è amministrazione regionale, è il metodo del governo Schifani.
Nella lettera aperta viene anche posta la questione dei rapporti personali tra controllore e controllato, recentemente confessati anche dal deputato Nicola D'Agostino, dello stesso partito Forza Italia del presidente Schifani, che in un post sulla sua pagina FB conferma e rivendica lo stretto rapporto amicale D'Agostino-Torrisi-Belcuore: “Ma che c’entrano la Camera di Commercio del Sud Est e la Sac? Purtroppo c’entrano per via dei miei ben noti rapporti amicali con Belcuore e Torrisi..”
Tutto lineare? Sarà…
Il rapporto tra controllore e controllato sembra essersi capovolto
La questione posta dagli esponenti è quella di una possibile inversione dei rapporti di controllo.
Formalmente, la Camera di Commercio del Sud Est controlla SAC.
Sostanzialmente, però, si ha sempre più la sensazione che sia la governance della società aeroportuale a condizionare gli orientamenti del socio.
È una percezione politica che può essere smentita in un modo molto semplice.
Pubblicando gli atti.
Rendendo disponibili i verbali.
Mostrando le direttive impartite dal socio.
Documentando le verifiche sulle consulenze, sugli affidamenti, sulle assunzioni e sui conflitti di interesse.
Spiegando quali contestazioni siano state mosse alla gestione e quali correttivi siano stati imposti.
Se questi documenti esistono, devono essere pubblicati.
Se non esistono, il problema è persino più grave.
Le censure dell’ANAC e il controllo pubblico rimasto sulla carta
La lettera denuncia anche il mancato esercizio dei controlli da parte dei soci pubblici e richiama le censure dell’Autorità nazionale anticorruzione.
Secondo i firmatari, quelle contestazioni su consulenze sempre le stesse e affidamenti diretti milionari sempre alle stesse ditte sarebbero “passate come acqua di sorgente”.
L’espressione è brutale, ma fotografa una questione reale.
Che cosa hanno fatto gli enti soci dopo i rilievi dell’Autorità?
Quali procedure sono state modificate?
Quali responsabilità sono state accertate?
Quali affidamenti sono stati riesaminati?
Quali misure sono state adottate per prevenire conflitti di interesse, corruzione, concussione e gestione opaca delle consulenze?
Il controllo pubblico non consiste nell’occupare poltrone nei consigli di amministrazione.
Significa esercitare poteri, verificare risultati, pretendere documenti e intervenire quando emergono criticità.
Se tutto questo non è stato fatto, la soluzione non può essere vendere la società per cancellare le responsabilità di chi non ha controllato.
Sarebbe come vendere l’ospedale perché il direttore sanitario non ha saputo amministrarlo.
La privatizzazione non può diventare la lavatrice dei fallimenti
Il sospetto politico è che la cessione della maggioranza venga utilizzata come una gigantesca lavatrice.
Dentro si mettono dieci anni di gestione, i ritardi infrastrutturali, il fallimento di Comiso, le emergenze, le opacità, le consulenze, i controlli mai esercitati e le responsabilità dei soci.
Si preme il pulsante “privatizzazione”.
E alla fine dovrebbe uscire tutto pulito.
Non funziona così.
Prima di decidere chi controllerà SAC domani, bisogna chiarire chi ha controllato ieri.
Prima di vendere bisogna determinare il valore reale della società e delle concessioni.
Prima di cedere la maggioranza bisogna stabilire quali investimenti saranno obbligatori.
Prima di consegnare il sistema aeroportuale a un soggetto privato bisogna garantire il futuro di Comiso.
Prima di firmare bisogna dire ai cittadini dove finiranno i soldi.
E soprattutto bisogna spiegare perché un’operazione così importante resti nelle mani di una governance che, dopo oltre un decennio, dovrebbe essere sottoposta a una valutazione rigorosa e indipendente.
Renato Schifani deve scegliere tra trasparenza e complicità politica
A questo punto la responsabilità è nelle mani di Renato Schifani.
Il presidente della Regione, considerato che sta controllando oltre il 70% della SAC tramite i suoi commissari, può convocare i firmatari, aprire un confronto, pubblicare gli atti e spiegare la strategia del governo.
Oppure, sperando che qualche vera autorità di controllo continui a far finta di non accorgersi di quanto accade, può continuare a lasciare che la privatizzazione proceda nel silenzio, amministrata dagli stessi soggetti che dovrebbero essere controllati.
Non esistono più zone grigie.
Non dopo gli esposti.
Non dopo le interrogazioni politiche.
Non dopo le prese di posizione delle associazioni e dei comitati.
Non dopo anni di denunce giornalistiche.
Gli aeroporti di Catania e Comiso non appartengono a Schifani, a Torrisi, a Belcuore o ai sindaci temporaneamente in carica.
Appartengono alla comunità che li ha pagati.
Chi vuole cederne il controllo ha il dovere di spiegare perché.
Con numeri, atti e garanzie.
Il resto è soltanto propaganda.
E sulla pelle dei siciliani la propaganda ha già volato abbastanza.

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