A Catania c’è un luogo che sembra destinato a non trovare mai pace: Piazza Cardinale Pappalardo, più nota come ex Duca di Genova.
Una vicenda emblematica che mette a nudo i limiti della gestione degli spazi pubblici in città, tra opere inaugurate in pompa magna, manutenzioni improvvisate e risorse pubbliche impiegate per rimediare agli errori del passato.
Tutto ha inizio nel 2023 quando, durante i lavori per la realizzazione della piazza, vengono alla luce mura storiche e reperti antichi.
L’amministrazione sceglie di lasciarli a vista per regalarli alla fruizione di cittadini e turisti. Una scelta ambiziosa che però fa presto i conti con la realtà.
Già nel mese di gennaio, ad appena due anni dal taglio del nastro, le prime segnalazioni raccontano di un luogo devastato: l’asfalto drenante è saltato al punto da mostrare la geogriglia sottostante, un paio di pali sono fuoriuso e i LED segnapassi, che tanta scena avevano fatto nelle foto promozionali del Comune, risultano del tutto divelti.
Quando finalmente si annuncia un intervento di ripristino, ciò che emerge da un sopralluogo sul posto ha dell'incredibile.
Più che un ritorno allo stato iniziale, quello messo in atto si rivela un palliativo estetico.
Ci si aspettava di ritrovare i fari saldamente riposizionati e invece si scoprono solo delle placchette di plastica usate per tappare i buchi rimasti vuoti.
Ma il dettaglio più assurdo riguarda la paternità dell'opera: a eseguire il lavoro non è stato un operaio del Comune e nemmeno una ditta incaricata, bensì un operaio del vicino hotel, intervenuto di sua iniziativa per restituire un minimo di decoro alla strada.
Mentre l'amministrazione ammette candidamente la propria incapacità di sostenere le spese di manutenzione, prende forma la soluzione ritenuta più adatta a salvaguardare l'equilibrio di bilancio: ricoprire gli scavi archeologici.
Le rovine a cielo aperto, abbandonate a se stesse, si sono infatti trasformate nel tempo nell'ennesima discarica. Per nascondere il problema si decide così di stanziare 125 mila euro, prelevati direttamente dai proventi della tassa di soggiorno, risorse che si sarebbero potute impiegare in ben altro modo se si fosse programmata la gestione del bene con il dovuto rispetto.
Il risultato è un cortocircuito amministrativo che ha dell'incredibile.
Solo a Catania, verrebbe da dire, una piazza la si paga tre volte: prima per realizzarla, poi per portare alla luce i suoi tesori e infine per ricoprirli di nuovo.
Il tutto nel silenzio assordante della Corte dei Conti e con una sola certezza: alla fine, a prendersi cura della città, rimangono , a volte, solo i privati.













