
La rubrica sulla Pace, alla quale teniamo molto, per questa domenica dobbiamo-vogliamo sospenderla perché quando c'è da guerreggiare si guerreggia, soprattutto quando ci sono in ballo valori fondanti di una comunità e principi invalicabili per un sistema democratico: e qui stiamo andando oltre, troppo oltre.
Il 24 luglio 2026, infatti, non è andata in scena l’ennesima polemica tra politica e magistratura.
È accaduto qualcosa di enormemente più serio.
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio, invece di rispondere all’allarme serio, rigoroso e documentato lanciato dal procuratore capo di Palermo Maurizio De Lucia, ha scelto di attaccare personalmente il magistrato, accusandolo di avere perduto il controllo di sé e attribuendogli persino un’offesa mai pronunciata contro la polizia penitenziaria.
Un rovesciamento della realtà tanto grossolano quanto pericoloso.
Perché quando il titolare del dicastero responsabile delle carceri trasforma chi denuncia il disastro nell’imputato del disastro stesso, non siamo più davanti alla semplice inadeguatezza di un ministro.
Siamo davanti a un problema per la tenuta democratica delle istituzioni.
Dalla Zisa un allarme sullo Stato che arretra
Ricordiamo cosa è accaduto.
Durante un incontro ai Cantieri culturali della Zisa, a Palermo, Maurizio De Lucia, Procuratore della Repubblica di Palermo, ha pronunciato parole drammatiche, ma difficilmente equivocabili.
«Le carceri non sono più sotto il controllo dello Stato».
Il procuratore ha denunciato la presenza di telefoni cellulari, comunicazioni criptate, collegamenti via web e vere e proprie conferenze tra detenuti rinchiusi in istituti diversi ed esponenti criminali rimasti all’esterno.
Ha parlato perfino di armi da guerra che circolerebbero all’interno degli istituti penitenziari.
E ha aggiunto che le prigioni italiane non esplodono soltanto perché i detenuti, o meglio le organizzazioni criminali che ne condizionano gli equilibri, non hanno interesse a farle esplodere.
Non era un comizio.
Non era uno sfogo da bar.
Era l’allarme pubblico del capo della Direzione distrettuale antimafia di Palermo, formulato sulla base delle risultanze investigative raccolte da chi combatte ogni giorno organizzazioni capaci di impartire ordini anche da dietro le sbarre.
La ricostruzione delle dichiarazioni di De Lucia è chiarissima.
Il magistrato ha anche richiamato il sovraffollamento, l’assenza di un’assistenza adeguata e la presenza in carcere di molti tossicodipendenti che avrebbero bisogno di strutture e percorsi differenti.
Secondo l’ultimo rapporto richiamato da Antigone, il tasso medio nazionale di sovraffollamento ha raggiunto il 138,5 per cento, con circa duemila detenuti in più rispetto all’anno precedente.
Questo era il problema posto al Governo.
Carceri fuori controllo, mafie che comunicano, personale insufficiente, condizioni disumane e funzione rieducativa ridotta a una barzelletta costituzionale.
Nordio inventa un’offesa per non rispondere nel merito
La replica del Guardasigilli è stata di una violenza istituzionale inaudita.
«È De Lucia che ha perso il controllo di sé stesso», ha dichiarato inopinatamente Carlo Nordio, accusando poi il procuratore di avere offeso l’intero corpo della polizia penitenziaria e di avere esteso alcuni fenomeni patologici a tutto il territorio nazionale.
Una risposta sconclusionata e volgare che non contiene un dato.
Non una spiegazione.
Non un provvedimento.
Non una cifra sugli organici.
Non una parola sui cellulari che entrano nelle celle, sui droni che consegnano materiale illecito, sul sovraffollamento o sulle comunicazioni tra boss.
Soltanto un’aggressione personale contro il procuratore di Palermo.
E soprattutto una mistificazione.
De Lucia non ha accusato la polizia penitenziaria.
Ha denunciato il fallimento delle politiche penitenziarie e la perdita di capacità dello Stato di governare integralmente gli istituti.
Confondere le due cose può essere soltanto il prodotto di una clamorosa incapacità di comprensione oppure il tentativo deliberato di spostare l’attenzione dalle responsabilità politiche.
In entrambi i casi, per un ministro della Giustizia, sarebbe gravissimo.
La polizia penitenziaria smentisce la difesa del ministro: “Non ci sentiamo offesi”
A smontare la lettura del Guardasigilli è infatti intervenuto anche il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria (SAPPE), attraverso il segretario generale Donato Capece, che ha preso nettamente le distanze dalla polemica.
Capece ha chiarito che le parole di Maurizio De Lucia non rappresentano un’offesa al Corpo, ma la descrizione di criticità reali e radicate nel tempo.
«Noi sappiamo bene cosa fanno le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria ogni giorno. Chi vive il carcere conosce perfettamente le scelte politico-amministrative che ne hanno compromesso gli equilibri», ha affermato.
Secondo il SAPPE, il problema non è la denuncia del procuratore, ma un sistema penitenziario reso sempre più fragile da decisioni strutturali che hanno inciso su sicurezza e organizzazione.
Il sindacato ha inoltre denunciato come il dibattito pubblico si concentri spesso sulle condizioni dei detenuti, trascurando invece le condizioni di lavoro degli agenti, definiti “eroi silenziosi” costretti a operare in un contesto di aggressioni, minacce e carichi insostenibili.
Capece ha richiamato la necessità di una riforma profonda dell’esecuzione penale, con strumenti di difesa per il personale, tecnologie adeguate, body-cam e un rafforzamento degli organici.
Non solo.
Il SAPPE ha anche indicato alcune scelte strutturali come fattori di criticità: la riforma della sanità penitenziaria, la vigilanza dinamica, la chiusura degli OPG e la nascita delle REMS, ritenute insufficienti rispetto ai bisogni reali.
La conclusione è netta: la Polizia Penitenziaria non si sente attaccata da De Lucia, ma semmai abbandonata da anni di politiche inadeguate.
I fatti smentiscono il ministro della Giustizia
Le parole di Maurizio De Lucia non nascono dal nulla.
Recenti indagini hanno ricostruito come dal carcere di Trani il boss emergente Salvatore Verga avrebbe commissionato, attraverso un cellulare, attentati incendiari e azioni armate compiute a Palermo per imporre il pagamento del pizzo.
Secondo gli atti investigativi, dal carcere avrebbe continuato a occuparsi anche di droga e armi.
Dopo una perquisizione e il ritrovamento dei telefoni, sarebbe riuscito a procurarsi rapidamente un altro smartphone.
In un’altra indagine è emerso che Nunzio Serio, detenuto ad Agrigento, avrebbe utilizzato una chat per organizzare un cartello della droga con esponenti di diversi mandamenti mafiosi.
Al Pagliarelli, un’inchiesta ha documentato la capacità di alcuni detenuti di imporre la propria forza all’interno dell’istituto, consolidando posizioni di potere e arrivando a spartire le sezioni tra gruppi palermitani e catanesi.
I casi giudiziari che sostengono l’allarme di De Lucia non sono “fenomeni patologici” inventati da un magistrato fuori controllo.
Sono fatti sui quali stanno lavorando procure, forze dell’ordine e tribunali.
Il paradosso è dunque feroce.
Le mafie comunicano dalle celle e il ministro incaricato di impedirlo se la prende con chi lo denuncia.
Ardita: “Sarebbe bastato chiedere agli agenti”
Anche il procuratore aggiunto di Catania Sebastiano Ardita, che per nove anni ha diretto l’Ufficio detenuti del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha confermato sulla sua pagina social la fondatezza dell’allarme.
«Quello che ha dichiarato il procuratore De Lucia è esattamente ciò che è accaduto», ha scritto Ardita.
Secondo il magistrato, sostenere che sia stata offesa la polizia penitenziaria significa non avere compreso l’origine del problema e non essersi documentati sulle scelte politico-amministrative che hanno progressivamente indebolito il sistema.
La sua conclusione è devastante nella semplicità: sarebbe bastato chiedere agli agenti, invece di difenderli da un’accusa che nessuno aveva rivolto loro.
L’intervento di Sebastiano Ardita chiude il cerchio.
L’Associazione nazionale magistrati ha poi definito quella del ministro una reazione priva di risposte nel merito e caratterizzata da un attacco “scomposto e inaccettabile”, ricordando che il compito del ministero è risolvere i problemi del sistema penitenziario.
La posizione dell’Anm è istituzionalmente inequivocabile.
Perché l’attacco di Nordio è eversivo
La parola eversivo è pesante e va utilizzata con precisione.
Non nel senso penalistico, che presupporrebbe condotte e responsabilità sulle quali soltanto la magistratura potrebbe pronunciarsi.
Ma nel suo significato politico e istituzionale.
È eversivo il tentativo di alterare il corretto rapporto tra i poteri dello Stato.
È eversivo trasformare un’autorità giudiziaria che segnala una minaccia alla sicurezza nazionale nel bersaglio personale del rappresentante del Governo che dovrebbe affrontarla.
È eversivo utilizzare l’autorevolezza del ministero della Giustizia per delegittimare pubblicamente un procuratore impegnato nella lotta alla mafia, attribuendogli un’offesa inesistente e senza fornire una sola risposta ai fatti denunciati.
Ed è pericoloso perché il messaggio che arriva agli apparati dello Stato è terribile: chi descrive il fallimento del Governo rischia di essere attaccato dal Governo stesso.
Non è più una questione di temperamento.
Non è più una gaffe.
Non è neppure l’ennesima dichiarazione infelice di un ministro che sembra avere trasformato il conflitto con la magistratura nella principale politica giudiziaria del Paese.
Qui emerge un’inadeguatezza ormai insuperabile.
Carlo Nordio appare incapace di distinguere la critica istituzionale dall’insubordinazione, la denuncia dalla provocazione, la realtà dall’offesa personale.
E un ministro incapace di questa distinzione diventa pericoloso per l’equilibrio democratico.
Adesso la responsabilità è di Giorgia Meloni
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni non può cavarsela come al solito con il silenzio.
Deve chiarire se l’aggressione verbale contro Maurizio De Lucia rappresenti la posizione dell’intero Governo oppure l’ennesima incontrollata iniziativa del suo ministro della Giustizia.
Se rappresenta la linea dell’esecutivo, allora il problema democratico riguarda direttamente il Governo.
Se non la rappresenta, Nordio deve essere smentito e sostituito.
Perché l’Italia può discutere qualunque riforma della giustizia.
Può criticare i magistrati e pretendere che anche loro rispondano delle proprie parole e dei propri errori.
Ma non può accettare che il ministro incaricato di garantire il funzionamento delle carceri aggredisca chi documenta che quelle carceri stanno sfuggendo al controllo dello Stato.
Nelle celle comandano le organizzazioni criminali.
Fuori dalle celle, il ministro attacca il procuratore che lo denuncia.
A perdere il controllo, purtroppo, non sembra proprio che sia stato Maurizio De Lucia.










