

Riceviamo e, con molto piacere, pubblichiamo la riflessione di Paolo Magnano sull'affaire più assurdo del secolo che occupa, quasi in solitaria per ragioni a quasi tutti note, molte delle attenzioni di questa testata: non per altro, lo ripetiamo, ma proprio perchè si tratta dell'operazione più grottesca e rischiosa cui questa regione sta assistendo.
E dire che ne abbiamo viste…
Quindi solo una premessa per dire, a scanso di equivoci, che ospitiamo davvero con piacere questo contributo avvertendo tuttavia che di esso non condividiamo praticamente nulla, a partire dall'assunto di fondo, che poi è il refrain degli “svenditori”, che “privato è bello”.
Un postulato grossolanamente dogmatico privo di qualsiasi base scientifica e logica, essendo la questione sempre la stessa e cioè la qualità del management e la reputazione della proprietà.
In operazioni di “privatizzazione salva baracca" l'Italia è maestra e basterebbe ricordare quello che hanno combinato con l'ILVA di Taranto per demolire qualsiasi ragionamento in merito: allora solito giubilo idiota e fuochi d'artificio ancora più imbecilli perché arrivava lo straniero ultramiliardario che avrebbe rilanciato il sito e magari anche risanato l'ambiente, alla fine si è mangiato il mercato e lasciato macerie irrecuperabili.
E del resto non si capisce perché mai, sempre ad esempio, una regione come quella siciliana dovrebbe destinare, come ha appena fatto, la bellezza di 300 milioni per finanziare i piani di una multinazionale privata come STM e non trovarne 500 o anche un miliardo, anche solo come garanzia bancaria, per garantire lo sviluppo non di uno ma addirittura di due aeroporti strategici e monopolisti. Misteri da statisti e top manager, gli stessi che di miliardi ne hanno messi oltre 13 per un ponte che sanno tutti, purtroppo, non si farà mai e comunque molto più complicato che allungare una pista e costruire un terminal.
Insomma, gli argomenti sono tanti ed a noi, che li trattiamo da anni, fa davvero piacere che se ne parli con crescente intensità, mantenendo la convinzione che un asset strategico funziona e può crescere in maniera formidabile e molto meglio anche se mantenuto pubblico, purché sia sottratto a logiche spartitorie che rischiano di affidarlo a canaglie incompetenti.
La questione è tutta qui: la responsabilità politica.
Buona lettura
PDR
Paolo Magnano, a parte il resto, è componente del Comitato Tecnico Scientifico a supporto della «Task Force per l’attrazione e la promozione degli investimenti» della Regione Siciliana, istituito presso IRFIS-FinSicilia S.p.A.
La potenza di fuoco finanziaria arrivata a Catania
Sommare capitalizzazioni di borsa, fatturati di gruppo e AUM di fondi non produce una cifra sensata — è come sommare il valore di una casa con lo stipendio di chi ci abita.
Ma la domanda che vale la pena porsi non è “quanto valgono insieme”, è un’altra: quanta potenza di fuoco finanziaria è arrivata a Catania rispetto a quella di chi, dall’altra parte, si prepara a lasciare il timone?
I dieci semifinalisti ammessi alla Fase 2 di SAC
La lista dei dieci semifinalisti ammessi alla Fase 2 di SAC risponde da sola.
C’è il più grande operatore aeroportuale al mondo per passeggeri gestiti, un gruppo francese con settantadue scali in tredici paesi.
C’è un colosso indiano con hub strategici sul subcontinente, un fondo statale del Golfo, un veicolo quotato a New York con oltre ottanta milioni di passeggeri in portafoglio, uno dei principali investitori infrastrutturali del pianeta.
Il più piccolo dei dieci pretendenti ha probabilmente una capacità di mobilitare capitale superiore alla somma dei bilanci di tutti i soci pubblici siciliani di SAC messi insieme.
La qualità del processo di vendita e l’asimmetria della politica
Occorre essere onesti e dare atto a chi ha costruito questo dossier: attrarre un parterre simile è il risultato di un asset presentato con numeri credibili e un piano valutabile senza perdere tempo in chiacchiere inutili.
E non ha precedenti nella nostra storia.
La selettività dei requisiti ha funzionato da filtro, non da barriera.
Il problema, se c’è, non sta certamente nella qualità del processo di vendita.
Sta, invece, nell’asimmetria di visione, non solo di bilancio. Una politica che guarda quei numeri e si sente piccola rischia di negoziare sempre in difesa.
Il vero divario non è tra i miliardi degli operatori e i milioni degli enti pubblici — è tra chi arriva al tavolo sapendo già cosa vuole, e chi spera che il risultato sia comunque accettabile.
Tra chi su quel tavolo ha le capacità di saperci stare e chi non ha capito che è già cotto e impiattato per andare sul menù.
La resistenza politica alla privatizzazione di SAC
Perché, nel frattempo, sul territorio, la resistenza cresce e attraversa lo spettro militante.
Il Consiglio Comunale di Catania ha approvato un ordine del giorno con mandati vincolanti al Sindaco, votato con sostegno trasversale.
La Lega si è schierata su posizioni di forte critica, convergendo con il Movimento per l’Autonomia.
Un comitato dall’area del Campo Largo ha chiesto le dimissioni del consiglio d’amministrazione; la Commissione regionale ha chiesto l’accesso ai documenti.
Quello che unisce questi fronti non è un’ideologia economica condivisa: è un riflesso identitario, la paura che il controllo sfugga alla politica locale — “decisioni prese altrove” — indipendentemente da cosa quel controllo abbia prodotto negli ultimi dodici anni.
Opporsi alla trasformazione o governarla
Si guarda indietro, al controllo che si sta perdendo, invece che avanti, ai termini con cui si può governare la trasformazione che comunque sopraggiunge.
È la distinzione che una politica matura dovrebbe fare, qualunque casacca indossi: c’è chi ritiene che il proprio compito sia opporsi alla trasformazione, e chi pensa che il lavoro consista nel guidarla.
Il primo trova nella resistenza la propria ragion d’essere e misura il successo dai titoli che ottiene. Il secondo sa che il processo procede comunque — l’approvazione ministeriale c’è già, l’advisor è incaricato, i pretendenti sono in fila con i documenti aperti — e che l’unica domanda che conta è a quali patti si compirà, con quali garanzie scritte nero su bianco prima che le offerte vincolanti siano presentate.
Il precedente degli investimenti nel calcio siciliano
C’è un piccolo paradosso che vale la pena notare con una vena d’ironia amara.
Le due più concrete operazioni di attrazione di capitali esteri degli ultimi anni in Sicilia sono partite dal basso, senza alcun programma istituzionale a guidarle: un fondo di Abu Dhabi ha comprato il Palermo in poche settimane, e l’italo-australiano Ross Pelligra ha rilevato un Catania fallito investendo circa quaranta milioni di euro, apprestandosi poi a restituire alla città Torre del Grifo.
Nessuna dimissione richiesta, nessun ordine del giorno vincolante.
Certo, il calcio non è sempre un investimento perfetto — anche lì si contano zone grigie — ma c’è capitale vero, assunto come rischio altrettanto vero.
Proprietà e identità: l’errore della politica locale
Il tifoso non confonde la proprietà con l’identità: non gli importa chi possiede la maglia, purché la squadra vinca.
Sull’aeroporto, una parte della politica locale commette l’errore opposto — pensa che se SAC non è più pubblica, il territorio perda qualcosa di sé.
Le paure di chi si oppone non sono tutte irrazionali: una regione che insegue gli investimenti senza strategia rischia di perdere ciò che la rende unica — non per colpa del capitale in sé, ma per assenza di una contrattazione consapevole.
Attrarre capitali significa costruire una strategia
Attrarre capitale serio non è organizzare un matrimonio vip, fare la sfilata sotto il monumento e fotografare il super yacht in rada, ma incastrare i ruoli dentro un programma già scritto.
Il Sole 24 Ore del 30 luglio racconta come Add Capital — la piattaforma di Mario Abbadessa avviata in questi giorni con 2,3 miliardi di raccolta discrezionale da Mubadala, CDP, il fondo del Kuwait e Previndai — non sostituisce il Piano Casa del governo: ci si innesta sopra, con un fondo dedicato che punta a diecimila alloggi in tre anni attraverso la componente privata dello stesso Piano.
Lo Stato scrive la cornice — requisiti, incentivi, obiettivi sociali — e il capitale privato la riempie di risorse che il pubblico da solo non avrebbe.
È la prova che attrarre investimenti non è una partita da giocare in difesa: è la capacità di darsi un ruolo dentro il programma, prima che il capitale arrivi a bussare.
Il Pnrr e il limite del denaro senza selettività
E lo conferma, da un’altra angolazione, il paradosso che Francesco Giavazzi ha descritto di recente sul Corriere a proposito del Pnrr: 220 miliardi immessi nell’economia italiana non hanno spostato la crescita oltre lo 0,7 per cento, perché il denaro da solo non basta se manca selettività e se gli investimenti non sono davvero aggiuntivi.
Giavazzi guarda indietro e vede una crescita mancata.
Gli imprenditori guardano avanti e vedono qualcosa di peggio: il giorno in cui i cantieri si fermano. Anticipare quella paura, non consolarla, dovrebbe essere il problema politico dei prossimi mesi — trovare il capitale che sostituisca i fondi europei prima che i cantieri si fermino, non dopo.
Non è un caso che gli aggiudicatari di SAC arrivino già con un piano di investimento vincolante da 1,3 miliardi di euro sull’arco della concessione: è esattamente il tipo di capitale privato, strutturato e verificabile, che può sostituire un fondo pubblico destinato a esaurirsi.
La sfida per chi lavora oggi alla costruzione degli strumenti regionali di attrazione è esattamente questa: trasformare episodi di sviluppo da eccezioni isolate in un flusso sistematico, riducendo l’incertezza informativa e i costi di coordinamento che oggi pesano su ogni investitore che si muove da solo.
SAC come primo grande test per la Sicilia
SAC è il primo grande test di questa maturità. Non sarà l’ultimo: verranno i porti, l’acqua, l’energia, i rifiuti e le reti digitali.
Ogni volta il sistema politico dovrà scegliere se restare fuori con un documento critico o entrare nel processo con una proposta tecnica e condizioni scritte prima che le offerte vincolanti arrivino sul tavolo.
La differenza tra una regione che attrae sviluppo e una che subisce flussi finanziari esterni sta qui: nella capacità preventiva di porre condizioni, non in quella reattiva di protestare.

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