
Una premessa editoriale necessaria
Diversi lettori ci hanno sollecitato a intervenire sulla vicenda del discusso bacio alla reliquia agatina. Abbiamo scelto di non farlo. Non per distrazione, imbarazzo o prudenza, ma per una decisione editoriale precisa.
La prima ragione è che all’interno della redazione le opinioni rimangono discordanti. E quando una vicenda divide persino chi è abituato a confrontarsi quotidianamente sui fatti, trasformare una posizione ancora aperta in una sentenza collettiva sarebbe stato poco serio.
La seconda è che Sudpress preferisce anticipare i temi, individuarne le conseguenze e aprire il dibattito, non inseguire i trend quando l’arena pubblica è già affollata di commenti, indignazioni e solidarietà distribuite in tempo reale.
La terza, probabilmente la più importante, è che questa storia si è rivelata più complessa, intensa e simbolicamente densa di quanto possa essere affrontato attraverso giudizi estemporanei. Dentro quel gesto non ci sono soltanto un sindaco e una reliquia: ci sono il rapporto tra potere civile e religioso, la fragilità di chi rappresenta un’intera comunità, la forza delle immagini sottratte al proprio contesto e la velocità con cui un fatto viene trasformato in mito, bersaglio o bandiera.
Per questo abbiamo atteso. E per questo scegliamo adesso di ospitare una riflessione “esterna”, quella di Paolo Magnano, che non pretende di chiudere la vicenda, ma prova finalmente a sottrarla al rumore.
PDR
Il vero scandalo di questo Ferragosto non è mai stato quello di cui si è tanto parlato
Il sindaco è un valore della città, non un trofeo di fazione
Non quel sindaco. Ogni sindaco! Presente e passato. Perché il sindaco — quello vero — non è mai stato pensato per essere un’arma di parte. È un valore della città, non un trofeo di fazione. È la sola carica pubblica che in Italia si continua, nonostante tutto, a votare con il cuore prima che con la tessera o con il ragionamento.
Dalle mani alla bocca: il nuovo processo alla politica
Dal ’92 in poi, in questo paese, la politica si difende sempre allo stesso modo: dalle mani. Mani in pasta, mani legate, manine anonime, mani pulite (mani in alto!). È la parte del corpo che la Repubblica ha imparato a sorvegliare, fotografare, processare — mentre firma, incassa, stringe accordi. Nessuno, fino a qualche giorno fa, aveva pensato di processargli... la bocca.
Il bacio al teschio incoronato davanti alla folla
Amleto lo sapeva: un teschio in mano dice più di mille discorsi sulla vanità del potere — <Ahimè, povero Yorick, lo conobbi, Orazio>. Ma il nostro sindaco non ne teneva uno qualsiasi tra le mani: lo baciava, incoronato d’oro, appena riesumato dopo sessantatré anni di silenzio, davanti a una folla immensa e a un ospite d’eccezione sceso apposta da Roma — il numero due della Chiesa universale, legato pontificio, la carica che nella gerarchia curiale risponde solo al Papa. Quando la Chiesa scende in piazza, non manda un chierichetto. E la piazza, en passant, non è nemmeno sua: sta in mezzo, letteralmente, tra il Municipio e la Cattedrale — disegnata apposta, secoli fa, perché nessuno dei due poteri prevalesse mai del tutto sull’altro. Quel giorno di Ferragosto a Catania, però, le regole del gioco le ha scritte una sola delle due parti.
Il sistema che lascia soli gli eletti
Chi volesse liquidare la faccenda come un capriccio di provincia, farebbe bene a leggere un libro uscito qualche anno fa a Londra, lontanissimo da piazza Duomo e dai teschi incoronati. Si intitola “Why We Get the Wrong Politicians”, lo ha scritto Isabel Hardman — non una militante progressista, ma assistant editor dello Spectator, la rivista che il conservatorismo britannico legge a colazione, sposata con un ex deputato laburista uscito dal partito in rotta con l’ala corbynista e oggi seduto, da indipendente, alla Camera dei Lord (eccone un altro che spiega la moglie di…!).
Il problema, scrive la Hardman, non è quasi mai il singolo eletto sconsiderato: è un sistema che pretende sempre più fusione fisica e simbolica tra il politico e la folla — strette di mano infinite, veglie, lutti, cerimonie — senza offrirgli in cambio nessun apparato di protezione. Il deputato inglese che si fa pesare in pubblico su una bilancia da fiera di paese, o che canta una filastrocca dal balcone di un albergo, lo fa dentro un genere condiviso e innocuo, che tutti sanno leggere e nessuno prende sul serio. Il sindaco che bacia una reliquia dentro la liturgia altrui, no: è solo, senza copione, senza nessuno che gli abbia insegnato — perché nessuno insegna mai a nessun eletto, in nessun paese — come si sta al centro di un rito che non è scritto.
Roland Barthes e la costruzione del mito
L’aveva già spiegato Roland Barthes, sessant’anni prima che esistessero gli smartphone e Christopher Nolan: il mito non è un racconto falso, è un racconto che smette di raccontare la sua storia. Prende un segno — un gesto, una foto, un fatto — lo svuota del contesto che lo ha prodotto, e lo riempie di quel che serve a chi lo racconta. Bastano poche ore, in questo caso, perché il bacio smetta di essere un bacio: diventa, a seconda di chi lo maneggia, blasfemia medievale oppure prova provata di un complotto contro la fede.
La “cultura woke” arriva sul sagrato barocco
Ed è qui che la vicenda smette di essere grottesca per caso e diventa grottesca per progettazione. Il sindaco si difende chiamando in causa la “cultura woke” — un’importazione lessicale che ha fatto più chilometri del cardinale Parolin, arrivata dai campus americani a un sagrato barocco in men che non si dica. Da Roma e Palermo, nel frattempo, piove solidarietà istituzionale con la tempestività che di solito si riserva alle crisi di governo: tutti schierati a difesa di un bacio, come se la Repubblica avesse retto alla sua prova più dura. Il mito, per dirla con Barthes, ha già vinto: non importa più cosa sia successo davvero sul sagrato. Importa solo chi arriva prima e con più hype a raccontarlo.
L’equilibrio tra Chiesa e Comune custodito da Luigi Maina
Catania, città del genio, non è mai stata ingenua su questo equilibrio, va detto. Per secoli la festa di Sant’Agata ha avuto un cerimoniale che assegna a Chiesa e Comune poteri paralleli e simmetrici, come la disposizione dei palazzi attorno alla piazza: ancora oggi lo scrigno delle reliquie si apre con tre chiavi diverse, una delle quali è del sindaco. E per oltre trent’anni quell’equilibrio ha avuto un guardiano dedicato e immenso, di fede e di governo: Luigi Maina, cerimoniere, insignito di tutti i titoli per un mestiere che nessun altro in Italia (e nel mondo) ha mai avuto bisogno di inventare. Il suo compito, per tutta una vita, è stato tenere in equilibrio quelle due chiavi, perché nessuna delle due incontrasse mai da sola il peso dell’altra e il popolo con lui.
Il vero scandalo del Ferragosto catanese
Questo Ferragosto catanese ha offerto, quasi in contemporanea, esperimenti involontari che non hanno riguardato solo il sagrato. Una liturgia e un’eruzione non hanno nulla in comune, se non il modo in cui la cittàha reagito a entrambe — cercando, in ciascun caso, mille bersagli minori e mancando con sorprendente costanza quello vero. Le città, come gli imperi, non si perdono in un giorno solo. Si perdono quando non c’è più nessuno a custodirle — e quel giorno arriva sempre in silenzio, mentre tutti guardano altrove: verso un bacio, verso un cielo di cenere, verso la meteora di turno, verso qualunque cosa sia più facile da fotografare della propria assenza.










