
La riflessione che ci propone Paolo Magnano sul rinnovarsi, per l'ennesima volta, dell'attenzione sul Corso Martiri di Catania mi ricorda che ero bambino quando ho cominciato a sentir parlare della sua “riqualificazione”.
Ho fatto in tempo a diventare adulto, a mettere su famiglia e sfasciarla, a raccontare a modo mio questa città per una vita.
E siamo ancora qui, davanti alla stessa ferita, ad ascoltare il prossimo annuncio.
Una ferita inconcepibile, che si perde nei decenni e che in qualsiasi comunità civile sarebbe intollerabile.
A Catania, città degli assurdi, è diventata paesaggio.
Ci passiamo accanto, magari protestiamo per il traffico, e proseguiamo.
Ci hanno abituati persino a questo: a considerare normale un pezzo di città rimasto sventrato per generazioni.
Come tutto quello che sta accadendo. L'assurdo si accumula, supera il precedente, occupa altro spazio. E noi troviamo ogni volta il modo di farcelo stare.
Pubblichiamo questa riflessione sul tema perché continuare a discutere di quella ferita significa conservare almeno la capacità di riconoscerla. Di sentirne ancora il dolore, la vergogna. Una città comincia a svegliarsi anche così: quando torna a trovare insopportabile ciò che ha sopportato troppo a lungo.
E quando ci si sveglierà, perché ci si sveglierà, sarà ...chissà come sarà
PDR
Un'area che non è mai stata nulla non diventa qualcosa con un rendering: servono capitali verificabili e una comunità che la viva
Rigenerazione urbana: la lezione di Bilbao e il ruolo delle persone
Il paragone più ovvio, quando si vuole scrivere di rigenerazione urbana, è citare Bilbao. Quasi trent'anni dopo, il Guggenheim resta la prova che un edificio può cambiare il destino di una città. Ma chi l'ha studiata nota qualcosa che il paragone facile lascia per strada. Paolo Verri, che di città in cerca di futuro ha scritto un libro intero, osserva che la forza di Bilbao «non sta tanto, o soltanto, nell'icona del Guggenheim, ma nel vigore che si sente quando si cammina per le sue strade» — cioè in una città che aveva già deciso di trasformarsi, per cui il museo di Gehry è stato l'acceleratore, non la causa.
L'icona ha funzionato perché è arrivata dopo la decisione. Non al posto della decisione.
A dirlo meglio di chiunque altro, per un paradosso che vale la pena raccontare, è proprio l'architetto appena sollevato dall'incarico su Corso dei Martiri. Mario Cucinella, prima di essere sostituito da Casamonti, aveva già messo in guardia i suoi stessi colleghi da questo esatto rischio: «Costruiamo edifici sempre più strani, alternativi, di tendenza, però rischiamo di considerare le città come zoo (...). L'errore di noi architetti è avere l'arroganza di sedersi a un tavolo e disegnare la struttura urbana come se la città fosse hardware, mentre l'oggetto della città è il software: siamo noi». Il software, cioè le persone. Ed è da lì che conviene ricominciare.
Catania perde residenti: chi occuperà i nuovi spazi?
Catania contava oltre 400.000 residenti all'inizio degli anni Settanta; oggi il Comune ne conta 297.697 e, nella provincia, il saldo tra nati e morti è stato negativo per oltre 3.000 unità nel solo 2024. Allo stesso tempo, il 29,26% delle abitazioni censite in città risulta non occupato, secondo i dati ISTAT elaborati da Fondazione Openpolis — quasi una casa su tre. Non è un dettaglio da poco per un'area che Catania ha già rifatto una volta: tra il 1957 e il 1969 il piano di risanamento di San Berillo produsse 1.800.000 metri cubi di nuova edificazione, realizzati da Istica — la stessa società che, sotto nuova proprietà, oggi propone il progetto di Casamonti. Non serve riaprire quella storia, l'hanno già raccontata in tanti. Resta la domanda che conta: chi ha fatto i conti su chi occuperà davvero questi spazi, non solo su chi li disegna?
Corso dei Martiri: piano industriale e capitali verificabili
Chi si occupa di rigenerazione urbana per mestiere lo sa: un investimento si giudica in base a come è programmato. Piano industriale con tempi, costi e ritorni attesi; veicolo societario dedicato, con capitale proprio e capitale di debito in proporzioni verificabili; lettere di impegno vincolanti — non dichiarazioni di intenti — da parte di fondi o istituti di credito; il curriculum di chi ha già portato a termine operazioni di scala paragonabile. Non basterebbe questo paragrafo a elencare tutti gli strumenti con cui oggi un capitale serio certifica la propria solidità prima di muoversi. La città ha l'obbligo di conoscere con precisione i termini su cui si fonda l'operazione.
Una città che si svuota e un'identità da costruire
Ma, fuori dai numeri, Corso dei Martiri non è un'identità da ritrovare: quella, dopo decenni di abbandono, è già perduta, e non la restituiscono negozi, alberghi o appartamenti — tanto meno in una città che perde residenti e non può cercarne di nuovi. Uno studio del CNR-IRPPS sulle “shrinking cities” italiane (le città che perdono popolazione in modo strutturale e prolungato, con il conseguente svuotamento del patrimonio edilizio, la contrazione dei servizi e l'indebolimento della base economica) lo dice senza giri di parole: il modello che ha retto per decenni alla pianificazione delle periferie metropolitane «non è più sostenibile». Serve un'organizzazione del territorio capace di leggere la città per ciò che è oggi, non per ciò che si vorrebbe che tornasse a essere.
Si continua a dire che quest'area è nel cuore della città, ma è bene essere più precisi. Corso dei Martiri non è un'area che aspetta un nuovo quartiere: è un'area che, in tutto questo tempo, non è mai stata nulla. Nessun teatro, nessuna libreria, nessuna vita ordinaria, nessun luogo di aggregazione. Ecco la sciara. In settant'anni quel vuoto ha prodotto spontaneamente una sola cosa: i fichi d'India, che sulle colate laviche crescono senza che nessuno li pianti. Gli stessi che oggi ritroviamo, ridisegnati con cura, nel rendering — l'abbandono aveva già fatto gratis il paesaggio che ci viene presentato come progetto. E oggi, di quel poco che restava dopo le grandi fughe del secolo scorso, non è rimasto molto: interi isolati hanno cambiato composizione sociale, abitati in larga parte da comunità straniere che, nel vuoto lasciato dalla città, hanno trovato l'unico spazio disponibile.
Comunità e integrazione: il confronto prima del progetto
Forse è proprio da lì che una nuova identità dovrebbe nascere, invece che da un rendering. Francesco Rutelli, in “Città vince, città perde”, nel capitolo dedicato al «fattore umano al centro», scrive che vanno «integrati effettivamente i nuovi arrivati, gestendo con molta più intelligenza le questioni all'incrocio tra declino demografico e inclusione degli immigrati» — la stessa intersezione in cui si trova oggi quest'area. Una nuova comunità, cioè, non si disegna: si riconosce quella che già c'è, e si costruisce con lei, non al suo posto. Ma tutto questo — mediazione culturale, integrazione, un progetto pensato insieme a chi già abita l'area — è economicamente sostenibile per chi investe? È esattamente per questo che la città deve sedersi al tavolo con chi mette i soldi prima che con chi firma il progetto: il confronto viene prima del racconto.
Il futuro della sciara e la responsabilità della politica
Perché l'alternativa è già scritta e non ha bisogno di rendering per essere immaginata: l'ennesimo quartiere commerciale, con le sue insegne di kebab e di pollo fritto — ciò che diventano, sempre, le aree in cui qualcuno costruisce metri cubi e nessuno costruisce comunità. Non è un destino architettonico, è un destino sociale: non si corregge con un piano volumetrico, si corregge con una visione d'insieme, che spetta alla politica avere e dichiarare.
Il punto, alla fine, è se Catania sappia ancora discutere di sé stessa: se questa città, dopo ottant'anni di annunci, sia ancora abituata al dibattito politico. Da quella risposta, più che da qualunque firma, dipende che cosa diventerà la sciara. Perché sciara è e sciara resta, al di là delle architetture.










