
Emma Bonino non c’è più. Ma quella maglietta del 1999 è ancora qui
La conservo da ventisette anni.
È una vecchia maglietta grigia, ormai stropicciata dal tempo, di quelle che non si buttano perché a un certo punto smettono di essere stoffa e diventano memoria e impegno.
Sul davanti c’è scritto “Emma”, con il riferimento al comitato per Emma Bonino presidente della Repubblica.
Sul retro, lo slogan che nel 1999 fu una provocazione, una risata e uno schiaffo insieme: “Finalmente l’Uomo Giusto”.
Oggi, guardandola stesa sul tappeto, quella maglietta pesa più di allora.
Perché Emma Bonino è morta a Roma l’11 settembre 2026, a 78 anni, dopo oltre mezzo secolo trascorso a spiegare a questo Paese che la libertà non è un regalo ricevuto una volta per tutte.
È una conquista.
E ogni conquista, se nessuno la difende, può essere perduta.
Finalmente l’Uomo Giusto
Nel 1999 Emma Bonino si candidò al Quirinale.
Non fu la candidatura rituale offerta a una donna per consentire ai partiti di dichiararsi moderni e tornare subito dopo alle loro rassicuranti abitudini maschili.
Fu una campagna vera, popolare, irriverente.
Gli italiani non potevano eleggere direttamente il presidente della Repubblica, ma i Radicali li chiamarono ugualmente a pronunciarsi, costringendo il Palazzo a misurarsi con una popolarità che cresceva fuori dalle sue stanze.
Quello slogan demoliva con quattro parole secoli di pregiudizi: non “la donna giusta”, concessione pelosa del potere, ma l’uomo giusto, cioè la persona giusta.
Al Quirinale arrivò Carlo Azeglio Ciampi.
Ma poche settimane dopo, alle elezioni europee, la Lista Bonino conquistò l’8,5 per cento, oltre due milioni e mezzo di voti e sette seggi, diventando la quarta forza politica italiana.
Un risultato enorme per un movimento che non disponeva di eserciti clientelari, correnti, assessorati o aziende pubbliche da apparecchiare.
Disponeva di idee.
E di due persone capaci di trasformarle in evento politico: Marco Pannella ed Emma Bonino.
Quella maglietta non ricorda dunque una candidatura sconfitta.
Ricorda il momento in cui l’Italia, almeno per qualche settimana, seppe immaginarsi migliore.
Prima delle cariche vennero le battaglie
La storia politica di Emma Bonino comincia da una ferita personale.
Nel 1974 affrontò un aborto clandestino, quando interrompere una gravidanza significava consegnarsi all’umiliazione, alla paura e spesso al pericolo.
Avrebbe potuto dimenticare.
Fece il contrario.
Trasformò quel dolore privato in una battaglia pubblica, contribuì alla nascita del Centro d’informazione sulla sterilizzazione e sull’aborto, si autodenunciò e mise il proprio corpo davanti alla legge per costringere lo Stato a guardare ciò che preferiva lasciare nelle stanze buie.
Nel 1976 fu eletta per la prima volta alla Camera.
Nel 1978 arrivò la legge 194.
Poi vennero la difesa del divorzio e dell’aborto, l’obiezione di coscienza, i diritti dei detenuti, la giustizia giusta, la lotta alla fame, il contrasto alla pena di morte, la libertà della ricerca, i diritti delle minoranze e dei migranti.
Battaglie vinte e battaglie perdute.
Mai battaglie comode.
Oggi che basta pubblicare un video per proclamarsi rivoluzionari, conviene ricordare che per lei la disobbedienza civile non era una scenografia.
Era un prezzo da pagare personalmente.
Quelle notti catanesi del 1987
Prima della maglietta c’era stato un altro incontro con la Storia che mi ha profondamente segnato.
Era il 1987, mi è capitato di raccontarlo ricordando Pannella in occasione del decennale della sua scomparsa.
A Catania la lista radicale candidava al Consiglio comunale Marco Pannella, Emma Bonino e Domenico Modugno.
Noi, giovanissimi liberali, trascorremmo con loro giorni e notti ad ascoltare, discutere, imparare.
Pannella era un fiume che rompeva gli argini.
Emma era una lama: minuta, essenziale, capace di incidere una contraddizione e lasciartela davanti.
Non chiedevano fedeltà.
Chiedevano di scegliere.
È anche da quelle notti che nasce una doppia appartenenza, liberale e radicale, che non ho mai considerato una contraddizione.
Semmai una sintesi.
Perché essere radicali non ha mai significato dare ragione a Pannella o a Bonino su tutto.
Sarebbe stato persino offensivo.
Significava accettare il dubbio, rifiutare l’indifferenza e sapere che la libertà degli altri riguarda sempre anche te.
Le scuse a Giovanni Leone
C’è un episodio che più di altri racconta il metodo e lo stile di Emma Bonino e Marco Pannella.
Nel 1998, insieme, chiesero pubblicamente scusa a Giovanni Leone, l’ex presidente della Repubblica travolto dalla campagna politica e giornalistica che nel 1978 lo aveva costretto alle dimissioni, dopo il coinvolgimento nello scandalo Lockheed.
Le accuse si rivelarono infondate: Leone risultò del tutto estraneo alla vicenda.
Pannella e Bonino avevano partecipato a quella campagna.
E, a distanza di vent’anni, riconobbero l’errore.
Non cercarono attenuanti, non si rifugiarono nella responsabilità collettiva, non sostennero che allora “lo pensavano tutti”.
Andarono da Leone e gli chiesero scusa.
In politica è un gesto quasi inaudito: ammettere di avere sbagliato quando il tempo ha già cambiato i rapporti di forza e nessuno può più costringerti a farlo.
Quelle scuse non cancellavano il passato e non assolvevano nessuno.
Ma restituivano dignità alla verità e alla persona che era stata colpita.
Rappresentavano un tratto distintivo del loro metodo: la radicalità non come ostinazione nel difendere ogni propria posizione, ma come disponibilità a sottoporsi al giudizio dei fatti.
Anche chiedere perdono può essere una forma di disobbedienza civile.
Soprattutto in un Paese in cui la politica raramente ammette di avere torto.
Quando il potere non riuscì ad addomesticarla
Emma Bonino non si sottrasse agli incarichi.
E fece bene.
Perché i diritti non si difendono soltanto fuori dai palazzi: qualche volta bisogna entrarci e provare a cambiare ciò che accade dentro.
Dal 1995 al 1999 fu commissaria europea, con responsabilità sulla pesca, sui consumatori e soprattutto sugli aiuti umanitari.
Non interpretò Bruxelles come un elegante parcheggio istituzionale.
Andò nei Balcani, in Ruanda, Somalia, Sudan e Afghanistan, dove nel 1997 venne fermata dai Talebani mentre denunciava la segregazione delle donne.
Portò l’Europa nei luoghi in cui l’Europa preferiva mandare comunicati.
Nel governo Prodi II fu ministra del Commercio internazionale e delle Politiche europee.
Fu vicepresidente del Senato dal 2008 al 2013 e ministra degli Esteri nel governo Letta.
Accettò responsabilità nazionali ed europee senza diventare un soprammobile del potere.
È questo il punto.
Nella politica di oggi c’è chi cambia idee per conservare una poltrona.
Lei ha attraversato le istituzioni senza consegnare le proprie.
I diritti non avevano confini
Per Emma Bonino non esisteva una geografia dell’indifferenza.
La fame nel mondo, i crimini nell’ex Jugoslavia e in Ruanda, la Corte penale internazionale, la moratoria universale sulla pena di morte, le mutilazioni genitali femminili, le donne afghane: ogni vita esclusa dal perimetro della convenienza diventava affare suo.
Fu tra i fondatori di Nessuno Tocchi Caino e Non c’è Pace senza giustizia.
Visse per lunghi periodi al Cairo, imparò l’arabo e costruì relazioni con le donne e la società civile del mondo mediterraneo.
Non andava a impartire lezioni.
Andava a capire, e poi a combattere.
Fu europeista quando l’Europa era una speranza e continuò a esserlo quando divenne più conveniente usarla come bersaglio.
Anche la nascita di +Europa fu il tentativo, difficile e spesso elettoralmente ingrato, di tenere aperta quella prospettiva federalista.
Perché la coerenza non garantisce il successo.
Garantisce soltanto di potersi guardare allo specchio.
Il corpo come manifesto politico
Come Pannella, anche Bonino mise il corpo dentro la politica.
Lo fece quando si autodenunciò per l’aborto.
Lo fece negli scioperi della fame e nelle campagne di disobbedienza civile.
Lo fece nel 2015, quando annunciò pubblicamente il tumore al polmone senza chiedere pietà e senza abbandonare la scena.
Persino Papa Francesco, lontanissimo da lei su aborto ed eutanasia, ne riconobbe la statura umana e la raggiunse a casa nel 2024, dopo un grave problema respiratorio.
Due mondi diversi, capaci però di riconoscersi nel terreno comune dell’umanità.
Quella che oggi sembra la più radicale delle rivoluzioni.
Quell'immagine che li ritrae nella terrazza di casa di Emma, insieme sulle rispettive carrozzine, è di una forza straordinaria, la potenza della fragilità nell'incontro tra posizioni inconciliabili eppure reciprocamente rispettose: una meraviglia, una speranza.

L’Italia dei coccodrilli e la lezione che resta
Adesso arriveranno i messaggi solenni.
Le dichiarazioni bipartisan.
Gli elogi di molti che non l’hanno ascoltata e di qualcuno che ha combattuto le sue battaglie stando dall’altra parte.
È il consueto, affollatissimo festival nazionale dei coccodrilli.
L’Italia sa essere generosa con i suoi giganti soprattutto quando non possono più disturbarla.
Ma trasformare Emma Bonino in un santino sarebbe l’ultimo torto.
Ha commesso errori, sostenuto scelte controverse, assunto posizioni che hanno diviso anche il mondo radicale.
Non importa essere d’accordo con tutto.
Importa riconoscere che non si è mai nascosta, non ha mai scelto l’indifferenza e ha sempre pagato in proprio.
E importa ricordare che, quando si accorse di avere sbagliato, seppe chiedere scusa.
Anche questo era il suo modo di intendere la politica: non come una gara a non perdere mai la faccia, ma come una responsabilità davanti alla verità.
Oggi quella vecchia maglietta è ancora qui.
La donna per cui venne stampata non c’è più.
Resta lo slogan.
Finalmente l’Uomo Giusto.
Non siamo riusciti a portarla al Quirinale.
Siamo stati fortunati ad averla nella nostra piccola storia.
Adesso mancherà.
Terribilmente.
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