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Quando la compassione sfidò la vendetta: la lezione di Bob Kennedy contro guerre e neofascismi

13-09-2026 06:00

Pierluigi Di Rosa

Cronaca, Pace,

Quando la compassione sfidò la vendetta: la lezione di Bob Kennedy contro guerre e neofascismi

Da Indianapolis al presente, un richiamo alla responsabilità di vivere insieme senza cancellare le differenze, i diritti e la dignità umana.

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Da Indianapolis al presente, un richiamo alla responsabilità di vivere insieme senza cancellare le differenze, i diritti e la dignità umana.

 

La sera del 4 aprile 1968 un uomo salì sul cassone di un camion davanti a una folla che lo attendeva per un comizio elettorale.

Quell’uomo era il senatore Robert Francis Kennedy, candidato alla presidenza degli Stati Uniti.

La folla, composta in gran parte da cittadini afroamericani, non sapeva ancora che il reverendo Martin Luther King Jr. era stato assassinato poche ore prima sul balcone del Lorraine Motel di Memphis.

 

Toccò a Bob Kennedy dare la notizia.

Ma, soprattutto, toccò a lui decidere che cosa fare del dolore che stava per esplodere davanti ai suoi occhi.

Poteva alimentarlo.

Poteva indicare un nemico.

Poteva trasformare la disperazione di migliaia di persone in carburante elettorale.

Scelse invece la strada più difficile: trasformare la sofferenza in compassione prima che diventasse vendetta.

È esattamente la scelta che l’umanità sembra oggi avere smesso di compiere.

 

Un comizio cancellato dalla Storia

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Quella sera Kennedy avrebbe dovuto tenere un normale discorso elettorale nel quartiere afroamericano di Indianapolis, all’incrocio tra la Diciassettesima strada e Broadway.

 

Le autorità locali temevano disordini e gli avevano consigliato di annullare l’appuntamento.

 

La polizia aveva avvertito il suo staff di non poter garantire la sicurezza del candidato.

 

Tra la folla, stimata tra le mille e le tremila persone, c’erano rabbia, frustrazione e gruppi pronti a reagire violentemente alla morte del leader della nonviolenza.

 

Kennedy decise comunque di andare.

Non aveva un discorso preparato.

Durante il tragitto dall’aeroporto rimase seduto da solo sul sedile posteriore dell’automobile e appuntò poche idee sul retro di una busta, secondo la ricostruzione dell’Indiana Historical Society.

Quando salì sul camion non si presentò come candidato, senatore o membro di una delle famiglie più potenti d’America.

Si presentò come un uomo che doveva comunicare ad altri esseri umani la morte di un uomo giusto.

La folla reagì con urla, pianti e incredulità.

In quell’istante il comizio finì.

E cominciò la Storia.

 

Il bivio tra odio e comprensione

Kennedy non nascose la realtà.

Disse che Martin Luther King aveva dedicato la vita all’amore e alla giustizia ed era morto proprio a causa di quell’impegno.

Riconobbe che i cittadini afroamericani avrebbero potuto sentirsi travolti dall’amarezza, dalla sfiducia e dal desiderio di vendetta.

Non chiese loro di fingere che il dolore non esistesse.

Non impartì una lezioncina sulla moderazione a persone che avevano appena saputo dell’uccisione del proprio leader.

Indicò invece il bivio davanti al quale si trovavano quella comunità e l’intero Paese.

Da una parte la polarizzazione, con i neri chiusi tra i neri e i bianchi chiusi tra i bianchi, gli uni contro gli altri.

Dall’altra, lo «sforzo di comprendere con compassione e amore», come risulta dalla trascrizione conservata dalla John F. Kennedy Presidential Library.

 

La parola decisiva fu sforzo.

La compassione, infatti, non è soltanto un sentimento.

È una disciplina morale e politica attraverso la quale l’essere umano impedisce al proprio dolore di trasformarlo in ciò che odia.

 

L’umanità ha imboccato la strada opposta

Quasi sessant’anni dopo, il bivio indicato da Kennedy è ancora davanti a noi.

E la sensazione è che stiamo scegliendo sempre più spesso la direzione opposta.

 

I dati dell’Uppsala Conflict Data Program raccontano un mondo nel quale la guerra è tornata a essere considerata uno strumento ordinario della politica.

Nel 2025 sono stati registrati 65 conflitti armati con il coinvolgimento di almeno uno Stato, il numero più alto dall’inizio delle rilevazioni nel 1946.

Tredici hanno raggiunto la soglia statistica della guerra e circa 244.600 persone sono state uccise dalla violenza organizzata, rendendo il 2025 il secondo anno più sanguinoso dal genocidio del Ruanda.

Ucraina, conflitto tra Israele e Hamas e Sudan risultano tra gli scenari più letali, mentre proprio in Sudan è cresciuta drammaticamente la violenza deliberatamente rivolta contro i civili, secondo l’aggiornamento pubblicato dall’Università di Uppsala nel giugno 2026.

 

Dietro quei numeri non ci sono astrazioni geopolitiche.

Ci sono corpi, famiglie, bambini, case, scuole e ospedali.

Ci sono persone trasformate in “danni collaterali” per rendere la loro morte più facilmente digeribile alle opinioni pubbliche.

La guerra comincia sempre molto prima della prima bomba.

Comincia quando si stabilisce che la vita dell’altro vale meno.

 

Ogni guerra nasce dal rifiuto della diversità

Il discorso di Bob Kennedy non chiedeva ai neri e ai bianchi di diventare uguali.

Chiedeva loro di vivere insieme senza negare le ingiustizie, le ferite e le differenze che li separavano.

Questa distinzione è fondamentale.

La convivenza non è uniformità.

La pace non consiste nel cancellare le identità.

La fraternità non obbliga nessuno a rinunciare alla propria storia, cultura, religione o visione del mondo.

 

Al contrario, la fraternità esiste soltanto tra persone differenti.

Se fossimo tutti identici non avremmo bisogno di rispettarci.

Basterebbe riconoscerci allo specchio.

Il vero banco di prova della civiltà è accettare che l’altro possa essere diverso da noi senza diventare per questo una minaccia da contenere, espellere o distruggere.

Il rispetto delle diversità non è dunque una concessione benevola della maggioranza alle minoranze.

È il riconoscimento che nessuna maggioranza possiede il diritto di stabilire chi meriti pienamente di appartenere alla comunità umana.

 

I nuovi fascismi non hanno sempre bisogno della camicia nera

Il fascismo storico aveva divise, saluti, manganelli e piazze militarizzate.

I neofascismi contemporanei possono presentarsi con un abito istituzionale, un profilo social ben curato e un mandato elettorale formalmente ottenuto.

 

Non ogni posizione conservatrice, identitaria o critica verso la globalizzazione può essere liquidata come fascista.

Farlo sarebbe intellettualmente disonesto e politicamente controproducente.

Ma esistono segnali che non possono essere ignorati.

 

  • Il culto del capo.
  • Il disprezzo per il pluralismo.
  • La riduzione della stampa a nemico.
  • L’indipendenza della magistratura descritta come intralcio.
  • Le minoranze trasformate in capro espiatorio.
  • Il dissenso confuso con il tradimento.
  • La nostalgia per una comunità nazionale immaginata come etnicamente, culturalmente o religiosamente pura.

 

È dentro questo habitat che il neofascismo torna a respirare.

Il Democracy Report 2026 del V-Dem Institute rileva che quasi un quarto degli Stati del mondo attraversa un processo di arretramento democratico e che sei dei dieci nuovi casi individuati si trovano in Europa e Nord America, con l’Italia inserita tra i Paesi interessati.

 

Il rapporto non è un certificato di fascismo e non autorizza etichette sommarie.

Segnala però l’indebolimento di libertà di espressione, Stato di diritto, controlli sul potere e contrappesi istituzionali: esattamente il terreno sul quale le culture autoritarie prosperano, come spiega il V-Dem Institute dell’Università di Göteborg.

 

Il fascismo non comincia necessariamente quando viene abolito il Parlamento.

Comincia quando una parte della società accetta che libertà, diritti e dignità possano diventare privilegi riservati soltanto a chi appartiene alla parte considerata giusta.

 

Il sovranismo che trasforma i confini in muri morali

La sovranità è un principio fondamentale della democrazia.

La stessa Costituzione italiana stabilisce che appartiene al popolo.

Ma precisa immediatamente che deve essere esercitata nelle forme e nei limiti della Costituzione.

 

Il sovranismo è la degenerazione di quel principio quando pretende di trasformare lo Stato in un’entità moralmente autosufficiente, libera da obblighi verso gli altri popoli e verso la stessa umanità.

La nazione diventa allora un idolo.

Il confine diventa più sacro della persona.

Lo straniero viene rappresentato come invasore.

Il profugo come approfittatore.

La cooperazione internazionale come perdita di sovranità.

La solidarietà come debolezza.

 

Eppure l’articolo 11 della nostra Costituzione non soltanto ripudia la guerra, ma consente espressamente le limitazioni di sovranità necessarie a costruire un ordinamento capace di assicurare pace e giustizia fra le nazioni.

La Costituzione italiana aveva già compreso ciò che i sovranisti fingono di non vedere: nessuno Stato può salvarsi da solo in un mondo interdipendente.

Nessuna frontiera può fermare guerre, crisi climatiche, pandemie, povertà, migrazioni o disuguaglianze.

Ci si può illudere di scaricare il prezzo sugli altri.

Prima o poi quel prezzo torna indietro, con gli interessi.

 

Dall’egoismo individuale all’egoismo delle nazioni

L’avanzata dei sovranismi non nasce soltanto dalla propaganda politica.

Trova terreno fertile in una cultura che da decenni presenta l’egoismo come intelligenza, la prepotenza come carattere e l’indifferenza come realismo.

 

Prima viene l’“io” contro tutti.

Poi il “noi” contro loro.

Infine arriva qualcuno pronto a decidere chi abbia diritto di essere incluso in quel “noi”.

 

L’egoismo individuale e quello nazionale condividono la stessa illusione: credere che sia possibile stare bene mentre intorno gli altri precipitano.

È la filosofia del condominio incendiato nel quale ciascuno difende il proprio appartamento e considera lo spegnimento delle fiamme un problema del vicino.

 

La compassione indicata da Kennedy rovescia questa logica.

Dice che la sofferenza altrui ci riguarda non perché siamo buoni, ma perché apparteniamo allo stesso destino umano.

 

La fraternità è una categoria politica

La fraternità, che è cosa molto diversa dalla “fratellanza”, viene spesso relegata alle prediche, alle celebrazioni o ai messaggi augurali.

È accettata finché rimane innocua.

Diventa improvvisamente sospetta quando pretende di entrare nelle leggi, nell’economia, nella politica estera e nella distribuzione delle risorse.

 

Eppure l’articolo 1 della Dichiarazione universale dei diritti umani afferma che tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti e devono agire gli uni verso gli altri «in spirito di fratellanza», come ricorda la traduzione italiana conservata dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani.

 

La fraternità non è quindi un ornamento religioso aggiunto alla politica.

È uno dei suoi fondamenti universali.

Nella Costituzione italiana prende il nome di solidarietà politica, economica e sociale, indicata dall’articolo 2 come dovere inderogabile.

 

Nell’articolo 3 diventa pari dignità, rifiuto delle discriminazioni e impegno della Repubblica a rimuovere gli ostacoli che impediscono la libertà e l’eguaglianza sostanziale.

Essere fratelli non significa pensarla allo stesso modo.

Significa riconoscere che nessun conflitto autorizza a cancellare la dignità dell’altro.

La fraternità non elimina il dissenso.

Gli impedisce di diventare sterminio.

 

La compassione non assolve: impedisce alla giustizia di diventare vendetta

Confondere la compassione con la debolezza è una delle truffe intellettuali più riuscite del nostro tempo.

La compassione non chiede di dimenticare le responsabilità.

Non prescrive l’impunità.

Non mette sullo stesso piano la vittima e il carnefice.

 

Al contrario, Kennedy legò continuamente compassione e giustizia.

La compassione senza giustizia rischia di diventare sentimentalismo.

La giustizia senza compassione può degradarsi in punizione, umiliazione e vendetta.

Il discorso di Indianapolis tenne insieme ciò che la politica contemporanea continua ostinatamente a separare: amore, saggezza, diversità e giustizia.

L’amore impedisce di ridurre l’altro a un bersaglio.

La saggezza impedisce al dolore di decidere al nostro posto.

Il rispetto delle diversità impedisce alla convivenza di diventare assimilazione forzata.

La giustizia impedisce alla compassione di trasformarsi in rassegnazione.

 

Kennedy parlò dall’interno del dolore

A quel punto Bob Kennedy fece qualcosa che nessun consulente politico avrebbe potuto suggerirgli.

Parlò dell’assassinio di suo fratello, il presidente John Fitzgerald Kennedy.

Ricordò alla folla di avere conosciuto lo stesso sentimento, perché anche un membro della sua famiglia era stato ucciso da un uomo bianco.

Non stava paragonando le due vittime.

Stava abbattendo la distanza tra chi parlava e chi ascoltava.

 

Non disse semplicemente: “Capisco il vostro dolore”, la formula spesso vuota con cui la politica cerca di appropriarsi delle sofferenze altrui.

Disse, in sostanza: quel dolore è passato anche dentro di me e so quanto facilmente possa diventare odio.

La compassione acquistava così il suo significato più autentico: non osservare la sofferenza dell’altro, ma accettare di entrarvi.

Soffrire insieme.

Riconoscersi vulnerabili insieme.

Rimanere diversi senza smettere di riconoscersi fratelli.

 

La notte in cui Indianapolis non bruciò

Dopo l’assassinio di Martin Luther King, violente rivolte attraversarono più di cento città americane.

A Indianapolis la folla lasciò ordinatamente il luogo del comizio.

Non è possibile attribuire la calma di un’intera città soltanto alle parole di un uomo.

Contarono le organizzazioni locali, i rapporti costruiti dentro la comunità e la responsabilità di quanti scelsero di non trasformare il lutto in devastazione.

 

Ma le testimonianze di chi era presente raccontano che quel discorso ebbe un peso straordinario.

William Crawford, allora vicino ai gruppi più radicali, ricordò che se ne andarono nel dolore, ma senza desiderio di vendetta.

Per una notte, alcune migliaia di persone dimostrarono che il dolore non deve necessariamente produrre altro dolore.

Dimostrarono che la fraternità non è un’utopia per anime ingenue.

Può essere una forza concreta capace di interrompere la violenza proprio nell’istante in cui essa appare inevitabile.

 

Domare la ferocia dell’uomo

Kennedy concluse chiedendo agli americani di dedicarsi a un compito antico e immenso: «domare la ferocia dell’uomo e rendere mite la vita di questo mondo».

Non ebbe molto tempo per provarci.

Due mesi dopo anche Robert Francis Kennedy morì per i colpi sparati da un assassino.

La violenza aveva ucciso Martin Luther King.

Poi uccise anche l’uomo che, davanti alla notizia di quella morte, aveva chiesto di non rispondere con altra violenza.

 

Eppure i professionisti del cinismo, quelli che considerano compassione e fraternità inutili debolezze, dovrebbero spiegare quale grande vittoria abbiano mai prodotto l’odio, la guerra e la vendetta.

 

Le guerre del nostro tempo stanno moltiplicando cimiteri, profughi e generazioni educate al rancore.

I neofascismi stanno tornando a classificare gli esseri umani per appartenenza, obbedienza e presunta purezza.

I sovranismi promettono sicurezza costruendo solitudine.

Gli egoismi chiamano libertà il diritto di disinteressarsi degli altri.

 

La lezione di Indianapolis rimane allora terribilmente attuale.

Non ci sarà pace senza compassione.

Non ci sarà democrazia senza rispetto delle diversità.

Non ci sarà futuro senza fraternità.

 

A volte la pace comincia esattamente così: quando un essere umano ferito decide che la propria ferita non diventerà un’arma e che la diversità dell’altro non diventerà una colpa.


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