press2a
press2a

PAGINE

CATEGORIE

CATEGORIE

TESTATE DEL GRUPPO

TESTATE DEL GRUPPO

La comunicazione come la facciamo noi

hitech-r3gyukvpf0wkpxv0f1j2pwcwbazgwae2bc0869c5gg
style-r3gyxz2q3hjun8xilickq1itje96oxv644tck8ayzk
sudlife-r3gywm7483oxviwiix7z4duuncy3koh4lew3lubfz4
sudarte-r3gyw83jdl5n1dgzt94kkzexqkvld7x5jh3teowckg
sport-r3gyvr6fykih8e5kk1tac3on1n6zio1zh5d2rplfog
gusto-r3gyriwl7eq0zkar97zq463yt81ivp9gw7of0vv7og
salute-r3gyuy1g2pel8hbwa77uot1cmp6lw1ub1550w4sn1c
a1

facebook
instagram
youtube
whatsapp

Scarica l'Applicazione

Su SudLIFE Giovani, finalmente qualcuno li ascolta: in Sicilia nasce la rete degli sportelli nei ComuniSu SudSTYLE DIGGER con Tom Cruise dal 1° ottobre nei cinema sicilianiSu SudHiTech AMTS punta sulla tecnologia, ma a Catania il traffico frena gli autobusSu SudSport Da Torre del Grifo al tris di Altamura: il Catania trova la continuitàSAC-aeroporti di Catania e Comiso (sic!): la smentita a Sudpress e Sudpress ci riderebbe se non ci fosse da piangereSu SudSalute A Catania il XV Congresso SIMES rilancia la collaborazione tra specialisti per una cura centrata sul paziente

IN EVIDENZA

imgi_19_scari

Il diritto alla città che non abbiamo mai firmato

19-09-2026 06:00

*Paolo Magnano

FOCUS,

Il diritto alla città che non abbiamo mai firmato

San Berillo, Corso Martiri..la storia di come una città può perdere il proprio spazio senza che nessuno violi una norma

chatgpt-image-18-set-2026-12_25_28.png

Settant’anni di San Berillo, ventiquattro ettari ancora vuoti e una sequenza di atti sempre perfettamente in regola: la storia di come una città può perdere il proprio spazio senza che nessuno violi una norma

 

San Berillo e la grammatica del “risanamento” urbano

C’è una parola che il lessico urbanistico italiano del dopoguerra ha usato con una disinvoltura che oggi fatichiamo a comprendere: risanamento.


Era una stagione in cui le città venivano concepite come corpi malati: i quartieri popolari erano la piaga, il piano regolatore il bisturi.
È stata la stessa logica che agiva nell’Ottocento parigino del prefetto Haussmann o nei “quartieri bassi” sventrati a Napoli dopo l’epidemia di colera del 1884.
Dove c’è povertà concentrata, c’è “degrado”; dove c’è degrado, si interviene.
E l’intervento, quasi sempre, comporta che chi ci abita ne venga allontanato, mentre il valore che quei luoghi acquisiscono una volta “sanati” prende un’altra strada.

 

A Catania, questa grammatica ha trovato un’applicazione precisa.
Una legge regionale, la n. 13 del 1954, dichiara San Berillo un’area di pubblica utilità.
Tra il 1957 e il 1969 furono rasi al suolo 25.000 vani abitativi e 30.000 persone furono trasferite ai margini della città.
Chi possedeva un titolo di proprietà ottenne un indennizzo commisurato al valore preesistente al piano.
Chi non ce l’aveva — e lì erano la maggioranza, inquilini e non proprietari — non ricevette nulla.
Nel frattempo, secondo le stime disponibili, la rivendita dei terreni “risanati” generò profitti enormi e, trent’anni dopo, nel 1991, fu il Comune a dover pagare un risarcimento — non ai cittadini sfrattati, ma alla società che aveva gestito le demolizioni, per i ritardi nel completare l’operazione.

 

ISTICA: il filo che lega il 1954 a oggi

Chi ancora oggi descrive San Berillo come un errore di programmazione, un’incompiuta, un progetto “mai davvero decollato”, non ha letto bene la norma.
Non fu un errore: fu un piano che funzionò perfettamente — ma non per chi lo abitava.
Il filo che lega il ‘54 a oggi non passa per l’urbanistica, ma per i debiti.
ISTICA è il veicolo — pubblico-privato nella composizione azionaria, privato nella logica — a cui il Comune di Catania affidò, con la convenzione del 1956, gli espropri, le demolizioni e l’attuazione del piano.


Era nata nel 1950 con un capitale sottoscritto da cinque soci: Società Generale Immobiliare di Roma e Banco di Sicilia, Cassa di Risparmio Vittorio Emanuele, Provincia e Camera di Commercio.
Due terzi in mano agli operatori nazionali; il socio pubblico locale in minoranza fin dal primo giorno.

 

Da lì in avanti ISTICA cambia proprietari senza cambiare natura.
Negli anni Settanta figura tra le società collegate della finanziaria Bastogi, allora il principale snodo delle partecipazioni del capitalismo italiano.
Decenni dopo la ritroviamo nel perimetro del costruttore romano Luca Parnasi: non un immobiliarista qualsiasi, ma l’uomo del nuovo stadio della Roma a Tor di Valle, dossier finito in un’inchiesta che nel 2018 si chiuse con il suo arresto.


Il dissesto del gruppo lascia a Unicredit un’esposizione superiore a 500 milioni e, da quel momento, il destino di San Berillo non si decide più su un tavolo urbanistico, ma su una linea di bilancio: a fine 2019 la banca liquida la posizione cedendo crediti e partecipazioni al ceco Radovan Vitek per una cifra stimata intorno ai 300 milioni.
Vitek tiene il pacchetto cinque anni: si progetta, si bandisce una gara, il TAR l’annulla, se ne prepara un’altra, ma nessun cantiere apre.
Poi trattiene ciò che gli interessa davvero — gli asset romani — e cede le aree catanesi a una newco ancora dichiarata inattiva, Halifax: diecimila euro di capitale, quote ripartite tra quattro veicoli, fra Milano, Roma e Palermo.
Prezzo non comunicato.

 

La convenzione del 2012: parcheggi, verde pubblico e 9,3 milioni di garanzie

Gli atti dicono con precisione che cosa era stato promesso.
La convenzione firmata il 16 novembre 2012 impegna le società a realizzare a proprie spese, e a cedere al Comune, 10.900 metri quadrati di parcheggi pubblici interrati e 10.699 metri quadrati di verde pubblico; l’articolo 8 fissa il termine in cinque anni dall’approvazione dei progetti; l’articolo 16 elenca le garanzie prestate, quattro polizze fideiussorie per complessivi 9,3 milioni di euro, pari al cento per cento del valore delle opere.


Non è stato costruito nulla.
Nell’agosto 2024, rispondendo a un’interrogazione consiliare, il sindaco scriveva di avere diffidato le tre società a febbraio, sollecitato a maggio gli adempimenti comprese le fideiussioni e chiesto a giugno il progetto aggiornato: nessun riscontro.

 

La proroga del 2022: dieci anni durante il commissariamento

C’è però un passaggio che pochi raccontano.
Nell’autunno del 2022 Catania non ha né un sindaco né un consiglio: è commissariata.
In quelle settimane la convenzione del 2012 viene riaperta davanti a un notaio e la sua durata ristabilita in dieci anni.
A consentirlo è il verbale del commissario straordinario che esercita da solo i poteri della Giunta; il documento chiama quel passaggio, con parola propria, indirizzo politico.


Il legale delle società aveva chiesto poche settimane prima di prorogare “per almeno un quinquennio”: gliene sono stati concessi dieci.
Quanto ai lavori, il termine resta di cinque anni, ma non decorre da una data, ma dall’approvazione di progetti che devono ancora essere approvati.
Un orologio che riparte ogni volta che qualcuno lo ricarica.
La scelta più rilevante compiuta su quell’area in vent’anni è stata assunta da chi non doveva risponderne a nessun elettore, e archiviata come una formalità.

 

Settant’anni di vuoto e atti formalmente ineccepibili

Ci si potrebbe fermare qui, è già una storia completa.
Ma la cosa più istruttiva di questo dossier è che, dal principio alla fine, non sembrano esserci illeciti.
Una legge, le convenzioni firmate davanti a notai, le perizie depositate, le fideiussioni prestate, le diffide protocollate, le proroghe deliberate da chi ne aveva i poteri.
Ogni passaggio, visto e analizzato, è formalmente ineccepibile e il risultato è un vuoto di settant’anni nel cuore di una città che intanto ha continuato a vivere, a crescere, a girargli intorno.

 

“Non contiene elementi di discrezionalità”

C’è una frase in quelle carte che dovrebbe farci più rabbia di tutte le altre: il rinnovo “non contiene elementi di discrezionalità”.
Dieci anni concessi a chi ne aveva chiesti cinque, e, sulla carta, nessuno ha scelto nulla.
È il punto esatto in cui la lingua amministrativa smette di descrivere il mondo e protegge chi la scrive.
Ed è lì che dovrebbe cominciare il lavoro del pensiero politico, quello vero: non inventare visioni, ma rifiutare le formule che dicono che non c’era un’alternativa.


Un’alternativa c’è sempre, e chi governa lo sa meglio di chiunque.
Il suo mestiere è sceglierla e metterci la firma.
Dire “ho deciso io, per queste ragioni” non è un gesto eroico: è la sola forma di rispetto che un’amministrazione possa avere nei confronti della città che ha scelto di amministrare.
Tutto il resto — comprese le parole gentili — è un modo per non risponderne.

 

Maurizio Caserta e la parola “riparazione”

Maurizio Caserta, per commentare l’ultimo, l’ennesimo, masterplan presentato, ha usato su Facebook una parola che a Catania non si era mai sentita dire di San Berillo: “riparazione”.
Quello sfollamento produsse, in senso tecnico, profughi interni — internally displaced people — nella propria città.
Suggerimento giusto, sentimento ormai raro in politica e, al tempo stesso, scomodo.
Ma il popolo del 1957 non ha più uno sportello a cui presentarsi: inquilini senza contratto, braccianti, prostitute, artigiani, dispersi in tre generazioni di periferia.
Non sarebbe facile reperire l’elenco dei creditori oggi.

 

Dal debito al diritto alla città

Un debito senza creditori non è estinto, è solo ciò che nessuno ha più il potere di riscuotere.
Ed è qui che la categoria cambia: non risarcimento, ma diritto alla città.
Henri Lefebvre lo formulò nel 1968, in “Le droit à la ville”: non un titolo di proprietà, ma il diritto di chi abita e produce un luogo di decidere che cosa quel luogo diventa.
Quarant’anni dopo, David Harvey, in “Città ribelli”, mostra contro che cosa quel diritto debba misurarsi oggi: non più un piano regolatore, ma il denaro che non trova di meglio da fare.
In finanza, il capitale si posa sul mattone e lì può restare fermo per decenni senza mai smettere di guadagnare.

 

Corso dei Martiri e una città che deve tornare a vedere

Il diritto alla città non è uno slogan da corteo: è una condizione fisica, e comincia il giorno in cui, attraversando Corso dei Martiri, smettiamo di non vederlo.
Lo costeggiamo, lo aggiriamo, abbiamo imparato a leggerlo come si legge il tempo, qualcosa che c’è e non dipende da noi.
Ed è qui che la rendita e la finanza vincono: non nel momento in cui espropria, ma quando ottiene che l’espropriato consideri naturale il paesaggio che gli è stato lasciato.


Una città ribelle è una città che si toglie quell’abitudine: che guarda le recinzioni e, invece di pensare “è sempre stato così”, pretende di sapere chi ha deciso, quando e in cambio di che cosa.

 

Chi decide il futuro della città?

Chiedersi chi risarcire è una domanda senza risposta.
Chiedersi chi decide è una domanda che ha sempre la stessa risposta: chiunque, tranne la città.
Ma il valore cresciuto dietro quelle recinzioni non l’ha prodotto il capitale: l’hanno prodotto le nostre strade, i nostri passi, la nostra vita attorno a un buco che avevamo smesso di guardare.
La differenza fra una città che subisce e una città ribelle non sta nei bilanci: sta nello sguardo.
Si ricomincia da lì.

redazione@sudpress.it

direttore@sudpress.it

editore@sudpress.it

+39 339 7008876

Direttore editoriale

Pierluigi Di Rosa

Direttore Responsabile

Elisa Petrillo

Registrazione Tribunale di Catania n. 18/2010 – PIVA 05704050870 - ROC 180/2021 Edito da: Sudpress S.r.l. zona industriale, c.da Giancata s.n. – 95121 Catania

sud.jpeg

La tua pubblicità su SudPRESS passa da qui! 

Scopri le opportunità, invia una richiesta

Create Website with flazio.com | Free and Easy Website Builder