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Ha ragione Virginia Libero: se proprio volete scatenare guerre mandateci noi 60/70/80 enni. Lasciate in pace i

20-09-2026 06:00

Pierluigi Di Rosa

Cronaca, Pace,

Ha ragione Virginia Libero: se proprio volete scatenare guerre mandateci noi 60/70/80 enni. Lasciate in pace i nostri ragazzi!

Virginia Libero, la guerra e il conto presentato ai giovani: se decidono gli adulti, perché devono morire i ragazzi?

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Una generazione reclama il diritto di scegliere il proprio domani, mentre chi governa decide costi e sacrifici destinati soprattutto ad altri.

 

Una premessa opportuna: chi scrive, cioè io, non ha MAI votato Partito Democratico e affini, sotto qualsiasi denominazione o derivazione, dal PCI in poi. Tanto per essere chiari.

E quindi nessun interesse di parte e men che meno di appartenenza nel proporre una riflessione, nell'ambito delle nostre domeniche dedicate alla Pace, che potrebbe apparire come una difesa della segretaria dei giovani del Partito Democratico che ha scatenato un comprensibile, anche se in alcuni casi peloso, putiferio invitando ad una ipotetica “diserzione”.

 

Dirò di più mentre che ci sono: non voterò mai più nessun partito che non metta in cima alla propria proposta politica, in maniera concreta ed immediatamente verificabile, gli interessi delle giovani generazioni e di quelle che verranno. Noi adulti abbiamo già creato troppi danni.

 

E ora veniamo al fatto.

 

Virginia Libero ha pronunciato una frase che ha fatto saltare sulla sedia mezzo Partito Democratico e buona parte della politica italiana, oltre che della stampa di parte e controparte.

«Non saremo noi i soldati delle vostre guerre».

E poi quella parola, ancora più potente, ancora più urticante: “disertori”.

 

La segretaria nazionale dei Giovani Democratici l'ha pronunciata il 13 settembre dal palco conclusivo della Festa nazionale dell'Unità di Reggio Emilia, prima dell'intervento di Elly Schlein.

 

Apriti cielo.

Per alcuni è diventata quasi una bestemmia istituzionale.

Per altri la dimostrazione dell'ingenuità di una generazione che non comprenderebbe il significato della difesa nazionale.

Il ministro Guido Crosetto ha contestato proprio l'uso del termine “diserzione”, mentre critiche sono arrivate anche dall'area riformista dello stesso Partito Democratico.

 

Ma prima di indignarsi sarebbe forse utile ascoltare tutto il ragionamento, non soltanto dodici secondi estratti da un video.

La frase sui disertori non nasce nel vuoto

Il discorso di Virginia Libero non era un'arringa per consegnare l'Europa a chiunque decidesse di aggredirla.

Era soprattutto un intervento sulla condizione materiale della sua generazione.

  • Precarietà.
  • Affitti impossibili.
  • Salari insufficienti.
  • Diritto allo studio.
  • Sanità.
  • Welfare.
  • Futuro.

 

E, dentro questo quadro, una domanda: quante risorse siamo disposti a spostare verso la dimensione militare e chi dovrà pagarne il prezzo?

È dentro questa costruzione che arriva la frase diventata virale: «Non saremo noi i soldati delle vostre guerre» e, subito dopo, il riferimento all'organizzazione dei “disertori”.

Ridurre tutto il discorso a quella parola significa dunque amputarlo del contesto che gli dà senso.

 

“Disertori”: una parola sbagliata o un'iperbole politica?

“Diserzione” è una parola enorme.

Storicamente evoca soldati che abbandonano il proprio reparto mentre altri continuano a combattere.

È quindi comprensibile che abbia provocato reazioni durissime.

Ma il linguaggio politico vive anche di iperboli, soprattutto quando vuole costringere una società ad affrontare un tema che preferirebbe evitare.

E il tema sollevato da Libero resta anche eliminando completamente quella parola.

 

Chi decide una guerra?

E soprattutto: chi viene mandato a combatterla?

Sono due domande diverse.

Le decisioni vengono prese nelle stanze dei governi, dei parlamenti, delle alleanze internazionali e degli stati maggiori.

Sul terreno, invece, finiscono inevitabilmente soprattutto uomini e donne molto più giovani di coloro che quelle decisioni assumono.

È sempre stato così.

Ed è proprio questo automatismo che merita di essere discusso.

 

La provocazione che dovremmo avere il coraggio di rovesciare

Proviamo allora, almeno per un momento, a capovolgere il paradigma.

Una società decide che una determinata guerra è indispensabile?

Benissimo, si fa per dire.

 

Prima di immaginare quale ventenne mandare al fronte, chiediamoci quale responsabilità appartenga alle generazioni che quella società hanno governato.

Perché i ventenni di oggi non hanno costruito l'ordine internazionale nel quale vivono.

Non hanno creato le crisi che hanno attraversato gli ultimi decenni.

Non hanno deciso le politiche energetiche, industriali, ambientali e finanziarie degli ultimi quarant'anni.

E soprattutto non hanno avuto il tempo materiale per costruire il mondo che stanno ereditando.

Quel mondo glielo abbiamo preparato noi.

 

Forse il conto dovrebbe arrivare prima a chi ha apparecchiato la tavola

È qui che la provocazione generazionale diventa interessante, probabilmente indispensabile.

Prima di chiedere ai più giovani quale sacrificio siano disposti a compiere, o addirittura imporglielo, le generazioni adulte dovrebbero interrogarsi sul proprio.

Noi sessantenni.

I settantenni.

Gli ottantenni.

Quelli che hanno votato.

Governato.

Amministrato.

Prodotto.

Consumando risorse.

Accumulando debito.

Costruendo oppure tollerando gli equilibri politici, economici e ambientali dentro i quali quei ragazzi oggi devono cercare di progettare la propria vita.

 

Il punto non è davvero immaginare divisioni militari composte da pensionati.

Sarebbe evidentemente una provocazione.

Il punto è chiedersi perché continuiamo a considerare naturale che le conseguenze estreme delle decisioni delle generazioni mature debbano ricadere sulle generazioni successive.

 

I giovani sono sempre stati la materia prima delle guerre

La storia militare è anche una gigantesca storia demografica.

Sono i giovani ad avere l'energia fisica per combattere.

Sono loro che gli Stati hanno tradizionalmente arruolato.

Sono loro che riempiono le fotografie ingiallite dei sacrari militari.

E proprio perché questo è sempre accaduto non significa che debba continuare ad apparirci inevitabile.

 

Quando una generazione comincia a dire “non vogliamo essere noi a pagare questa volta”, liquidarla come vigliacca rischia di essere troppo comodo.

La domanda più difficile dovrebbe essere un'altra.

Che cosa abbiamo fatto noi perché questi ragazzi possano credere che il mondo costruito dagli adulti meriti di essere difeso con la loro vita?

 

Il chiarimento sull'Ucraina cambia una parte importante della lettura

C'è poi un elemento che deve essere riportato correttamente.

Dopo le polemiche, Virginia Libero ha precisato che il suo discorso non era un invito ad abbandonare l'Ucraina.

 

Ha dichiarato di considerarsi dalla parte di Kiev e di condannare Vladimir Putin, spiegando che la propria critica era rivolta soprattutto alla crescita delle spese militari e alla prospettiva di una progressiva militarizzazione della società europea.

Questo non risolve il dibattito.

Ma impedisce almeno di attribuirle una posizione diversa da quella che ha successivamente esplicitato.

Si può contestare il suo pacifismo.

Si può considerare sbagliato il termine “diserzione”.

Si può sostenere che deterrenza e difesa militare siano indispensabili proprio per evitare le guerre.

Sono obiezioni politicamente legittime.

Ma sono altra cosa dal trasformare quella frase in una caricatura.

 

La vera domanda è quale futuro stiamo consegnando

Ed eccoci al punto che riguarda molto più Virginia Libero del Partito Democratico.

Quella generazione dovrà affrontare le conseguenze del cambiamento climatico.

Dovrà sostenere sistemi previdenziali costruiti quando il rapporto fra giovani e anziani era completamente diverso.

Dovrà convivere con un debito pubblico accumulato in larga parte prima che nascesse.

Dovrà affrontare trasformazioni del lavoro prodotte dall'intelligenza artificiale e dall'automazione.

Dovrà pagarsi case diventate spesso irraggiungibili rispetto ai salari.

E contemporaneamente le viene spiegato che potrebbe essere necessario prepararsi a un'epoca nella quale la guerra torna ad essere una possibilità concreta.

È davvero così sorprendente che qualcuno di quei giovani risponda: no, grazie?

 

Non assolviamo i ragazzi dalle responsabilità, ma nemmeno noi stessi

Naturalmente una società non può funzionare se ogni generazione rivendica soltanto diritti e scarica sugli altri i propri doveri.

Anche i giovani hanno responsabilità.

Dovranno scegliere.

Partecipare.

Votare.

Studiare.

Assumersi il peso delle conseguenze delle proprie decisioni.

 

Ma proprio qui arriva la parte più scomoda.

Le generazioni adulte dovrebbero pretendere dai ragazzi ciò che sono disposte a pretendere prima da sé stesse.

Se riteniamo davvero inevitabile entrare in una stagione di sacrifici, quei sacrifici non possono essere distribuiti secondo il vecchio schema: il potere agli adulti e il rischio ai giovani.

 

Prima dei soldati vengono le responsabilità

Virginia Libero ha scelto una parola estrema.

“Disertori”.

È legittimo contestarla.

Forse è persino utile farlo.

Ma sarebbe un errore lasciare che il dibattito finisca lì.

Perché dietro quella parola rimane una domanda alla quale la politica europea dovrà prima o poi rispondere.

 

Fino a quale punto una generazione può decidere del futuro biologico di quella successiva?

Prima di chiedere ai ventenni se siano pronti a morire per il mondo che abbiamo costruito, dovremmo forse avere il coraggio di guardarli negli occhi e spiegare loro che mondo gli stiamo lasciando.

E soprattutto perché.

Perché il rischio più grande non è che i ragazzi decidano di disertare una guerra.

È che decidano di disertare il futuro che abbiamo preparato per loro.


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