Studiare il diritto romano non significa rivolgere lo sguardo verso un passato immobile, ma interrogare le radici delle istituzioni per comprendere le trasformazioni del presente.
È questa la prospettiva che attraversa il lavoro di Alessandro Corbino, professore ordinario di Diritto romano e studioso delle forme antiche della politica e delle istituzioni.
Per circa venticinque anni docente nell’Università di Catania, Corbino ha formato generazioni di studenti e costruito un percorso scientifico nel quale diritto e storia si incontrano continuamente.
Il suo metodo nasce dalla grande tradizione romanistica catanese e da un’idea precisa della ricerca: non cercare conferme a convinzioni già acquisite, ma osservare le fonti senza preconcetti e mantenere aperto il confronto.

Venerdì 25 settembre, a Villa Cerami, sede del Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università di Catania, gli sarà dedicata la giornata accademica Il diritto e la storia.
Un momento pensato per ripercorrere la sua produzione scientifica e il rapporto costruito negli anni con colleghi, allievi e istituzione universitaria.
Nell’intervista, il professore affronta alcune delle questioni centrali della contemporaneità: la perdita della coscienza storica, il significato delle riforme, la necessità delle forme democratiche, il rapporto tra competenza e decisione, la crisi delle categorie tradizionali di nazione e sovranità e la responsabilità educativa nei confronti delle nuove generazioni.
Professore, il 25 settembre Villa Cerami le dedicherà una giornata accademica. Come vive questo riconoscimento?
«Lo considero soprattutto un gesto di affetto e questo mi rende molto orgoglioso. Mi fa piacere che gli amici con i quali ho condiviso un lungo percorso abbiano pensato di ricordarlo insieme, per il significato che ha avuto e per le opere nelle quali si è tradotto.
Sono molto contento di questo momento di amicizia e consapevole del suo significato complessivo, senza però attribuirgli una magnificazione fuori luogo».
È un’occasione per tracciare un bilancio oppure uno stimolo a continuare a intervenire nel dibattito pubblico?
«Non ho l’ambizione di pensare che ciò che scriviamo o realizziamo possa durare per sempre. Ogni contributo conta soprattutto nel momento in cui viene formulato, perché si unisce a quelli degli altri e partecipa alla costruzione di un pensiero comune.
La conoscenza procede attraverso consensi e dissensi. Quello che produciamo non è mai definitivo e, in una certa misura, si esaurisce con noi. Per questo vivo la giornata come un’occasione di condivisione e di affetto, non come una consacrazione».
Il titolo scelto è “Il diritto e la storia”. Questo rapporto conserva ancora un valore nella contemporaneità?
«Ha un valore fondamentale. Ciò che abbiamo in parte smarrito è proprio il senso della storia. La storia non è soltanto memoria, anche se senza memoria non può esistere. È soprattutto una sollecitazione alla riflessione.
Guardare a esperienze ormai tramontate e legate a contesti che non esistono più ci aiuta a comprendere il rapporto tra l’ambiente nel quale viviamo, il pensiero, le azioni delle persone e le conseguenze che ne derivano.
Abbiamo finito per identificare la storia con il presente, perdendo di vista il senso della continuità. Nessuna società, però, può dimenticare che il proprio presente nasce da ciò che lo ha preceduto e produrrà conseguenze su ciò che verrà dopo».
Come si può recuperare questa coscienza storica?
«È innanzitutto un problema culturale. Non basta che qualcuno predichi l’importanza della storia: occorre che chi ascolta riconosca il valore di questa sollecitazione.
Siamo espressione di un tempo nel quale si sono create le condizioni per mettere in secondo piano la dimensione storica. Chi crede nella sua importanza deve continuare a dirlo, a proporre riflessioni e a creare occasioni di confronto. Saranno poi gli altri ad accogliere o respingere questa sollecitazione».
Quale peso ha avuto nella sua formazione la scuola romanistica catanese?
«Mi considero fortunato per essermi formato in un periodo nel quale la Facoltà di Giurisprudenza di Catania esprimeva l’idea di una comunità di studio molto coesa. Ho avuto professori straordinari e personalità molto diverse tra loro per opinioni politiche, convinzioni personali e modi di vivere.
Nonostante queste differenze, erano unite dallo stesso modo di concepire l’appartenenza alla comunità universitaria. Questo ha influenzato profondamente la mia formazione.
Cesare Sanfilippo e Giovanni Nicosia hanno avuto un ruolo importante nel mio percorso. Il professor Nicosia, in particolare, ebbe la generosità di accogliermi in un momento nel quale avevo perso prematuramente il mio riferimento scientifico. Mi insegnò che nella ricerca occorre essere probi: non avere obiettivi predefiniti o preconcetti, ma osservare tutto ciò che deve essere considerato, con apertura e onestà».
È un insegnamento che ha cercato di trasmettere ai suoi studenti?
«Ho cercato di farlo. Il messaggio più forte ricevuto dai miei maestri è che i professori e gli studiosi esistono per gli studenti, non il contrario. È una convinzione che ho accolto e condiviso durante tutta la mia attività accademica».
Oggi la parola “riforma” viene utilizzata spesso come uno slogan. È uno dei problemi della politica contemporanea?
«È un problema enorme. La modernità si è liberata dell’idea del potere assoluto, ma non del tutto da una delle sue conseguenze: la convinzione che la legge e il diritto siano esclusivamente espressione dell’autorità e abbiano il compito di conformare le persone secondo valori stabiliti politicamente.
Dopo il monarca, questa funzione è stata attribuita alla maggioranza. È rimasta, però, l’idea che il potere, comunque incarnato, possieda l’autorità necessaria per modellare coloro che gli sono sottoposti.
Il passaggio dal potere assoluto alle democrazie si è consumato attraverso un percorso lungo e drammatico: gli esperimenti liberali dell’Ottocento, l’ingresso delle masse nella politica, le guerre, la rivoluzione russa, il fascismo e il nazismo. Dopo la Seconda guerra mondiale la democrazia ha riaperto una stagione di speranze, ma oggi mostra anche delusioni e motivi di preoccupazione».
Lei sostiene che la politica abbia bisogno di forme. Perché sono così importanti?
«La politica ha sempre bisogno di forme. Le forme non sono tutto, ma senza di esse la politica non può esistere. La democrazia non è qualcosa che si trova in natura: è una costruzione giuridica e, come ogni forma di governo, ha bisogno di regole, procedure e responsabilità.
Se immaginiamo una democrazia priva di forme, il risultato è l’ingovernabilità. La politica nasce per rendere possibile una decisione; il problema è stabilire chi debba decidere e attraverso quali modalità.
Anche il principio di maggioranza ha senso soltanto all’interno di una forma. I rappresentanti della comunità devono avere uguale potere, ma la parità non può essere separata dalla competenza. “Uno vale uno” ha significato all’interno di una responsabilità e di una funzione, non al di fuori di qualsiasi competenza».
Nel dibattito politico ricorrono parole come “nazione” e “sovranità”. Conservano ancora il loro significato tradizionale?
«La nazione ha indicato storicamente una comunità legata da fattori condivisi come la lingua, le tradizioni e la religione. Per molto tempo questa appartenenza culturale non ha avuto conseguenze politiche immediate: persone appartenenti a nazioni differenti potevano essere sottoposte allo stesso governo.
Nell’Ottocento si affermò invece l’idea che la comunità politica dovesse coincidere con quella nazionale. Oggi il contesto è profondamente cambiato. Le comunità si incontrano, si mescolano e si ricompongono attraverso persone con storie differenti che devono necessariamente convivere.
Possiamo e dobbiamo continuare a riconoscere il valore culturale delle identità nazionali, ma è sempre più difficile farle coincidere con il perimetro della comunità politica. Insistere sulla nazionalità come fattore esclusivo di identità politica rischia di significare l’esclusione di chi viene considerato estraneo, nonostante sia già parte della società».
E la sovranità?
«La sovranità è stata una caratteristica essenziale delle comunità politiche perché ne esprimeva l’indipendenza, ma questa indipendenza non è mai stata assoluta. Ogni comunità ha sempre dovuto confrontarsi con quelle vicine.
Anche nel mondo antico le relazioni tra comunità erano regolate dal diritto. Persino la guerra doveva essere dichiarata secondo determinate forme per produrre precise conseguenze giuridiche.
Il diritto è forma: non coincide con ciò che penso individualmente, ma con ciò che una comunità riconosce e formalizza come riferimento condiviso. Oggi il diritto entra in crisi quando viene ridotto alla sola espressione di un’autorità, perché diventa difficile individuare quale autorità possa davvero imporlo in una società sempre più interdipendente».
Quale messaggio dovrebbe essere rivolto alle nuove generazioni?
«Più che ai giovani, il messaggio dovrebbe essere rivolto a tutti coloro che contribuiscono alla loro formazione: le famiglie, la scuola, l’università e le prime comunità nelle quali sperimentano la socialità.
Ai ragazzi bisogna spiegare che sono responsabili del proprio destino, perché molto dipende dall’impegno, dalle idee e dalle scelte personali. Ma devono anche comprendere di essere responsabili della convivenza.
Possiamo vivere insieme soltanto se ci rispettiamo e se nessuno pretende di imporre agli altri una verità definitiva. Non possediamo una verità già conquistata: abbiamo una verità da cercare insieme. Quello al quale arriviamo è sempre un punto di approdo provvisorio, pronto a essere corretto quando scopriamo di avere sbagliato.
Se perdiamo questa disposizione al confronto, costruiamo una società senza riferimenti e incapace di comporre le differenze. La sfida più importante è recuperare proprio questa capacità di essere compositivi».











