
Canta vittoria Ismaele La Vardera. Era entrato a forza nella Commissione Bilancio con il suo gruppo, munito di sacco a pelo, con l'obiettivo di reclamare il "posto di diritto" che, secondo lui, spettava al neonato gruppo parlamentare di Controcorrente.
Il gruppo, va ricordato, si era formato solo il 1° luglio 2026, a legislatura già ampiamente avviata, quando le commissioni permanenti erano state costituite da anni e i loro equilibri consolidati. Un dettaglio non da poco, perché è proprio da qui che nasce l'equivoco normativo su cui La Vardera ha costruito la sua battaglia.
La tesi giuridica di La Vardera si fonda su una lettura forzata dell'articolo 62-ter del Regolamento interno dell'Assemblea Regionale Siciliana, che prevede il rinnovo delle commissioni legislative permanenti dopo il primo biennio della legislatura, con possibilità di conferma dei componenti. La Vardera sostiene che questo articolo obblighi la presidenza a rimodulare la composizione delle commissioni dopo due anni, e che quindi il suo gruppo — nato nel frattempo — debba ottenere un seggio.
Il problema è che La Vardera ha interpretato male la norma. L'articolo 62-ter, comma 2, dice espressamente che i componenti "possono essere confermati": anche rinnovando, quindi, non è detto che si liberi un posto. Il rinnovo è un obbligo di procedura, non una garanzia di rappresentanza automatica per ogni nuovo gruppo.
E non è tutto. La distribuzione dei seggi tra i gruppi segue il criterio di proporzionalità previsto dal Regolamento, che attribuisce al Presidente dell'Assemblea il compito di determinare i seggi "in modo da rispecchiare il più possibile" la consistenza dei gruppi. Si tratta di un criterio guida, la cui attuazione passa attraverso consultazioni informali e, in ultima istanza, l'approvazione dell'Aula. Non è un automatismo che scatta ogni volta che nasce un nuovo gruppo.
Insomma, una pretesa che, se dal punto di vista politico avesse un senso, non ne ha da un punto di vista normativo. Il Regolamento prevede per i gruppi non rappresentati in commissione la possibilità di partecipare ai lavori con voto consultivo, senza diritto di voto. Nessun seggio garantito, nessun automatismo.
I giorni seguenti sono stati un susseguirsi di post vittimistici e di complottismo spicciolo, che faceva passare il suo gruppo come vittima di un sopruso dei poteri forti, e occupazioni a colpi di campeggio in aula.
A questo punto interviene Cateno De Luca che, con un post dal suo account Facebook, annuncia le dimissioni dalla Commissione per cedere il posto ai capricci di La Vardera, senza però dimenticare il tradimento del suo "figlioccio" e il suo atteggiamento scorretto.
"Mi sono dimesso dalla Commissione Bilancio dell'Ars per dare spazio a Controcorrente, nonostante il tradimento che ho subito dal mio figlioccio Ismaele La Vardera che oggi chiede spazio. Ma che sia chiara una cosa: con me 'cu' ragghia' non 'cumanna'", scrive De Luca.
E aggiunge un dettaglio che La Vardera sembra aver dimenticato: "Sud chiama Nord aveva due componenti in Commissione Bilancio perché alle ultime elezioni regionali aveva ottenuto un consenso straordinario pari a 500 mila voti. Non sto compiendo questo gesto perché cedo a pressioni, ma per evitare inutili teatrini che i cittadini non capirebbero".
"Ognuno di noi dovrebbe rappresentare il voto popolare e avere un peso specifico commisurato ai consensi ricevuti alle urne, non in base a operazioni di palazzo volte a raccogliere parlamentari a destra e a sinistra, come ha fatto il mio figlioccio Ismaele La Vardera", sentenzia il leader di Sud chiama Nord.
A prima vista potremmo dire che la vittoria di La Vardera sia stata schiacciante. Già, potremmo dirlo se non ne capissimo di politica e di comunicazione. Purtroppo per Ismaele, questa sua iniziativa si è rivelata un boomerang. Sapientemente sfruttata dal genio politico di De Luca, che gli ha impartito una lectio magistralis di tattica politica riposizionando La Vardera, nell'immaginario collettivo, come un politico immaturo e opportunista.
Uno che, di fronte all'evidenza del regolamento, invece di accettare le regole del gioco, ha scelto la strada del vittimismo e dell'occupazione. E che, alla fine, ha ottenuto il posto non per diritto, ma per concessione — con tanto di etichetta velenosa — di chi aveva il potere di farlo.











