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Bussare al cielo

27-09-2026 06:00

*Paolo Magnano

La Domenica del Lettore,

Bussare al cielo

Una riflessione che prende spunto dalla lettera all'arcivescovo sulla Scogliera d'Armisi ai Briganti di Librino

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Dalla lettera all'arcivescovo sulla Scogliera d'Armisi ai Briganti di Librino: la competenza civica è l'unico giacimento che Catania abbia accumulato in quarant'anni, e nessuno prova a rappresentarla.

 

«Quando sono d’accordo con le opinioni ragionevoli del popolo, quelle sono popolari. Quando non sono d’accordo, allora quelle sono populiste»: il criterio che il filosofo Jean Leca attribuiva con sarcasmo a tutti noi, e che Lazar e Diamanti hanno ricordato in Popolocrazia, è impeccabile e inservibile.

 

Per questo rileggo la lettera che il presidente del Comitato per la Scogliera d’Armisi ha inviato all’arcivescovo, un testo documentato ed elegante, forte di azioni che finora hanno tenuto lontano il progetto, nel quale, però, non si nomina una sola volta chi, su quel porto, dovrà decidere.

 

L’unico soggetto che nella lettera «vuole» qualcosa è un piano regolatore portuale, e al vescovo di Catania non si chiede di deliberare ma di ricevere, che è poi l’unica cosa che un vescovo possa fare.

 

Scogliera d’Armisi: una richiesta che unisce l’attivismo cittadino

Tutto si regge su una contrapposizione, il porto «per pochi» megayacht contro la Catania che da oltre un secolo «fa il bagno».

Nelle ultime righe accade però qualcosa che vale più delle cinquemila firme raccolte, perché accanto all’Armisi compaiono gli Orti della Susanna, la Timpa di Leucatia e Acquicella-Monte Po, tenuti insieme come «un’unica richiesta».

È il primo documento pubblico in cui l’attivismo cittadino si presenta al plurale e lo fa con una lettera che, non trovando una porta, finisce per bussare al cielo.

 

Da CittàInsieme ai Briganti di Librino: i luoghi del civismo catanese

Sarebbe consolante credere che il civismo catanese sia appena nato, ma non è così.

Elena Granata scrive, senza giri di parole, che la politica ha perso i suoi luoghi e che «la democrazia senza luogo è più fragile».

Eppure qualcuno, in questi anni, quei luoghi li ha ricostruiti, come Trame di Quartiere, che da anni tenta di restituire a San Berillo la memoria che lo sventramento gli aveva tolto.

 

Oppure Gammazita, che con un pezzo di piazza ha fatto una biblioteca, una scuola di circo e una casa editrice; altrimenti i Briganti, che a Librino hanno trasformato un campo abbandonato in una squadra di rugby con la sua biblioteca popolare e hanno ricominciato da capo anche quando qualcuno ha dato alle fiamme la loro clubhouse.

Sembra ieri, ma era il 1987 quando un sacerdote atipico e simpaticamente eretico, Salvatore Resca, fondava CittàInsieme e le battaglie allora si sentivano, eccome!

 

Catania e il mare: la complessità delle trasformazioni urbane

Oggi il gioco si è fatto complicato; se gli scontri avevano un nemico con un volto e un cantiere, quelli di oggi hanno per avversario un sistema talvolta invisibile.

Chiedere che una città si apra al suo mare non significa più togliere una recinzione, ma spostare una stazione, deviare binari e cavi globali, riscrivere un piano, sciogliere concessioni demaniali e trovare qualche centinaio di milioni.

Nessuno regala un lungomare: lo si paga con opere, e chi le finanzia chiede in cambio volumi, un albergo, un centro commerciale o un porto, finché non sono proprio quei volumi a far scendere in piazza la stessa città che invocava il mare e il verde.

Il sì e il no non si contrappongono dunque su due fronti opposti, ma si trovano all'interno dello stesso progetto, e nessuna petizione è attrezzata per tenerli insieme.

 

La politica senza un’idea di città e senza mandato

Diciamola tutta, l’azione civica avrebbe bisogno di un metodo che ancora non esiste.

La mancanza più grave, però, è in quella politica che continua a cercare consenso dove non c’è un’idea di città e dove, di conseguenza, non nasce alcun mandato.

Senza un mandato, nessuno può permettersi di presentare agli elettori il conto: fatto di alberi da piantare, di anni di cantiere e di soldi da trovare, mentre la città resta dov’è.

 

L’immobilità che i comitati denunciano non è un accidente della storia ma il prodotto del modo in cui si vincono le elezioni.

Il nuovo piano urbanistico di Catania e la disparità della partecipazione

Il paradosso da cui ripartire è tutto qui: la competenza è l’unico giacimento che questa città abbia accumulato, ed è anche l’unico che nessuno prova a rappresentare.

 

Oggi Catania ha un’occasione che capita una volta ogni sessant’anni: sta scrivendo il suo nuovo piano urbanistico e questa volta, va riconosciuto, la porta non è rimasta chiusa.

Incontri, tavoli e consultazioni ci sono stati, e l’amministrazione è convinta di aver coinvolto la società civile, forse a ragione.

Basta però guardare chi siede intorno a quei tavoli per capire che la parità è soltanto formale, perché da una parte c’è chi dispone di uffici tecnici, di avvocati e di tempo retribuito per restare seduto, e dall’altra chi arriva dopo il lavoro con una cartellina di fotocopie e molta buona volontà.

I potenti fanno i potenti, i portatori di interessi portano com’è naturale i propri e la città dei comitati arriva con il fiato corto, come chi si presenta a una maratona con le scarpe della domenica e scopre che il pettorale glielo danno, il traguardo no.

 

Mettere in rete le competenze civiche e imparare a discutere la città

Il punto, allora, non è aprire le porte, ma allenare chi entra, e un piano che nessun piano ha mai fatto, prevedendo, accanto alle strade e ai volumi, anche il luogo in cui la città impara a discuterli, senza bisogno di inventarlo da zero, perché basterebbe riconoscere e mettere in rete ciò che in alcuni quartieri esiste già.

Significherebbe scriverlo nelle norme, dargli una sede, un regolamento e un calendario, stabilire che le trasformazioni più grandi passino di lì prima di diventare rendering e farvi sedere gli uffici con le loro carte, gli ordini professionali con le loro competenze, l’università con i suoi dati e i comitati con ciò che sanno dei luoghi, così che chi arriva con la cartellina trovi qualcuno che gli spieghi le tavole e venti isole imparino a diventare una squadra.

 

Nuove istituzioni civiche: la prima opera del piano

Carlo Cellamare chiama questi luoghi “nuove istituzioni”, e Mary Parker Follett che un secolo fa, a Boston, riuniva i vicini nei centri civici, li avrebbe riconosciuti al primo sguardo come i luoghi in cui i problemi si affrontano «prima che diventino oggetto di scontro politico».

 

A una sola condizione, che restino leggeri, perché un’istituzione nata per ascoltare fa presto a diventare un altro sportello.

 

Sarebbe la prima opera del piano e la meno costosa, forse l’unica capace di sopravvivere a chi l’ha voluta, e certamente la più efficace per evitare che a qualcuno di buona volontà venga ancora in mente di scrivere all’arcivescovo.

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